Milano che non si immagina

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Cara Virginia, non si direbbe che è Milano, così a prima vista. Certo, conserva un’aria di pianura e la luce è abbastanza nordica (e soprattutto invernale). Era una mattina di sole, inaspettata in questo gennaio così lungo e grigio. Il sole era pallido e le ombre lunghe, ma mi dava lo stesso una grande gioia, la luce e la staccionatina di legno lungo la pista ciclabile. Così ho fatto la foto, ed eccola qui. Cosa aggiungere? Forse niente, se non che avere deciso di raccontare anche con le immagini la città e la nostra vita nella città che la contiene e un po’ la determina dà degli occhi nuovi con cui guardare. In parte certo, la città in cui si vive non la si guarda, non se ne conoscono i musei e le opere d’arte, privilegiando i luoghi che servono o quelli legati a un ricordo, a un momento speciale (nel bene e nel male). Si fanno sempre le stesse strade, e finché qualcosa non cambia non ci si fa caso. Ma in parte è anche il sapere di doverlo/poterlo raccontare che fa cercare le parole per dirlo. Anche questo è il blog, no?
Observing Antonia

Cara A., mi fai pensare con i tuoi riferimenti ad un luogo che non conosco e che non ho ancora mai incontrato. Eppure è a Milano. Ma come ben dici tu, sempre le stesse strade distolgono il nostro sguardo dall’inusuale. Siamo cioè costretti, donne e uomini in lotta contro il tempo a prendercene pochissimo per guardare e indossare poco lo sguardo del turista innamorato o anche banalmente incuriosito.  Eppure basta poco, e ti dirò, può essere una cura contro la noia da routine. Ho in mente di discutere da queste pagine di una figura che qualcuno ha inventato due secoli fa (niente paura, sto parlando solo dell’Ottocento, e pure della fine), il flaneur, che vuol dire colui che passeggia senza meta.
V.

Com’è romantica la nebbia

Cara Virginia, stamane c’era la nebbia. Quella che una volta definiva Milano, e che ora compare solo ogni tanto, facendo ricordare quei tempi in cui era normale.
A me, cara Virginia, la nebbia piace. Soprattutto la sera. Mi piace come avvolge e attutisce, come addolcisce i contorni e sembra modificare la realtà. Stasera c’erano i marciapiedi bagnati e le luci soffuse con degli aloni di un giallo caldo. Stasera era gennaio inequivocabilmente, ma con una dolcezza insolita. Veniva voglia di camminare, di fare una passeggiata come quelle dei romanzi, in cui ci si dice finalmente la verità e si dipanano trame costruite per centinaia di pagine.
Ma è bello anche stare sul divano con la coperta e un libro e una tisana, in una sera di nebbia.
Si, la nebbia mi piace.
Antonia, in the mood for love

Cara A, per me la nebbia ha soprattutto un odore. Ricordo  la prima volta che la vidi: ebbi una forte sensazione di stordimento; non vedevo più la parete del palazzo di fronte e questo non mi aveva fatto un’impressione granchè positiva. Cominciavo anche ad essere miope, per di più. Poi cominciai ad annusare l’aria che mi sembrava spessa, quasi un effetto teatrale. Questo non mi spaventò per nulla. Scoprii l’odore di questo mantello magico. Da allora associo la nebbia ad un film in bianco e nero, di qualsiasi genere. Con qualche elemento magico, per l’appunto.
V.

Ordine: una parola controversa (su cui cominciamo subito a non essere d’accordo)

Cara Virginia, Milano ha la fama di essere ordinata. Ora a parte essere questa una definizione discutibile e sottoponibile al test “definire ordinato, prego”, ho visto stasera un fantastico esempio di ordine e disciplina e disastro. Sceneggiato inglese, Parade’s End, tratto dal libro di Ford Madox Ford (recensito abbastanza recentemente dal  Guardian, non trovabile in italiano). Ambientazione prima guerra mondiale. Esercito: ordine, disciplina, gerarchie, ognuno al suo posto. E il risultato, in una meravigliosa scena che dura poco più di dieci minuti e sintetizza quattro anni di guerra, sai qual è il risultato cara Virginia? Il caos. Tutti arrabbiati, chi sta sopra con chi sta sotto e chi sta sotto con chi sta sopra. Tutti hanno un ruolo preciso, ricevono e danno ordini, ma non sanno cosa fare, lo fanno male, non riescono a farlo. Tutti conoscono il loro posto e il posto degli altri, ma non serve a niente! E tutto questo lo racconta uno che in quel tempo ci viveva e non era neppure rivoluzionario! Roba da farci sembrare dei dilettanti, noi che stiamo nelle aziende e ci lamentiamo del disordine e della disorganizzazione. E da dire cara Milano, non essere troppo ordinata!
Tua Antonia

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Scriviamo un futuro semplice per un passato imperfetto.

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Cara Virginia, in certi casi chiamare writer chi scrive sui muri è corretto. Questo in particolare conosce la grammatica e la sintassi al punto tale da creare un certo effetto. Dopo l’effetto però la domanda sorge spontanea (o spintanea, come dici tu): che vuol dire? Di questo non sono sicura. Temo che il futuro semplice non appartenga al genere umano. Non solo perché non gli appartiene il futuro finché non diventa presente, e abbiamo visto i “future” dove ci hanno portato (e mi sa ci stanno ancora portando). Anche la semplicità è più facile a dirsi che a farsi. Che cosa ci metteresti, Virginia, in un futuro semplice?

Potremmo farcelo raccontare dai nostri lettori (non ne abbiamo ancora molti, ma dài, almeno gli amici ci daranno una mano).
Gli facciamo la domanda diretta: che cos’è per voi un futuro semplice?
Tua filosofica, Antonia

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