Montaigne

“Non c’è nulla di così bello e di così legittimo come far bene e dovutamente l’uomo, nè scienza tanto ardua quanto quella di saper vivere bene e con naturalezza questa vita; e la più bestiale delle nostre malattie è disprezzare il nostro essere.”
Cara Virginia, oggi ti parlo di un libro. E’ una biografia di Montaigne, scritta da Sarah Bakewell (nome che a chi maneggia di cucina come te dovrebbe piacere) ed è molto bello. Per chi fosse interessato, è pubblicato da Fazi in una collana, guarda guarda, diretta da Vito Mancuso.
Più che un bel libro è una scoperta. Ho scelto questa tra le tante citazioni perchè, dopo aver notato tantissime frasi da meditare e ricordare e discutere, verso metà libro mi sono detta ora basta, ora devo alzarmi e trascrivere la frase, non posso continuare a rimandare. E questa citazione è comunque di una ricchezza sconfinata. Pensa solo a questo far bene e dovutamente l’uomo. O la donna, aggiungiamo noi cinquecento anni dopo. Viene da fare subito un esame di coscienza. E poi consolarsi che anche lui ritenga ardua la scienza del vivere bene. Per non parlare del disprezzo del proprio essere. Neanche tre righe, e c’è dentro il kit di meditazione per i prossimi cinque anni.
Meditative Antonia
 
Cara A, non proprio uno scherzo interagire su una citazione come questa. Non proprio uno scherzo riabiatuarsi alla riflessione, senza pretese certo, su etica, filosofia, scienza. Non ne abbiamo mai il tempo e qualche volta il nostro essere umano è piuttosto devastato dalle apparenti urgenze che la “vita” appunto ci propina, disseminando cartelli indicatori di difficile interpretazione. Mi dico, che talvolta un gesto profondamente etico potrebbe essere (e a posta non dico dovrebbe, per esercitare la consapevolezza, più che la norma) stupirsi e godersi il lusso di ricercare momenti di atarassia e di sana riflessione. Mi piace l’idea del kit di meditazione 🙂
V.

Non vorrei aver commesso un’imprudenza, a nascere donna.

Lo ha scritto Altan, non io, in una sua vignetta. Ma stasera guardavo le news della Gran Bretagna, e una storia raccapricciante di un gruppo di giovani che per otto anni, sottolineo otto anni, ha violentato e seviziato e fatto abortire e fatto prostituire delle ragazzine tra gli 11 e i 13 anni. Non si riesce a scrivere, da tanto fa venire il voltastomaco. E non si riesce ad immaginare. Io almeno non ci riesco, cara V. Che succeda in un paese civile, so called. In un paese che ha avuto le suffragette e in cui le donne lavorano e si considerano pari (abbastanza pari) da molto più tempo che da noi. Certo le ragazzine che sono esposte a questi rischi vengono da famiglie povere e magari immigrate e la loro debolezza e vulnerabilità sono estreme. E il machismo non è patrimonio esclusivo dei popoli mediterranei, anzi. E chissà, forse si dovrebbe essere contenti che di queste cose si parli, che la tele le racconti come altri fatti di cronaca, con un leggero accento sul fatto che i colpevoli sono stati condannati…. Ma ce la faremo mai, visto che ormai imprudenti lo siamo state?
Doubtful Antonia

Cara A, sai che su questi temi mi accendo, per non dire mi agito; ho lavorato troppo tempo  sui temi della violenza e del maltrattamento in famiglia per non sentirmi stretta in una morsa di sconsolata disperazione. Ancora? Non è cambiato nulla? Ancora è lì, nell’immaginario delle donne e degli uomini che non costruiscono relazioni equlibrate e di valore, quel quid che non ha nulla a che fare con l’amore, la sessualità e il banale rispetto tra esseri umani? Impudenti non per scelta,  sembra che il valore che ognuna di noi ha sia difficile da imparare ad indossare; più facile scopiazzare modelli visti e rivisti;  una volta si parlava di autorevolezza delle donne, termine che gli uomini hanno mutuato subito capendone il valore, contrapposto all’autorità. Poi la memoria è labile e ci si dimentica di imparare  a riconoscere il proprio valore, quello che ci contraddistingue per ricchezza e singolarità e a ribadirlo con autorevolezza, appunto.
V.

 

Vedere o fotografare

Cara Virginia, ieri ho visto il mare (che come è noto non bagna Milano, e dunque ero assai fuori porta). Era una brutta giornata, pioveva, il mare aveva un colore strano, chiaramente azzurro ma con una connotazione torbida. C’era un surfista, che si stagliava in piedi contro l’orizzonte in attesa delle onde. C’era un cielo grigio ed era molto bella l’immagine che si era creata. Se solo mi fosse venuto in mente di fare una foto, il telefono l’avevo in tasca. Ma tant’è. E per fortuna. L’immagine è rimasta impressa nella mia retina, e poi nella mia mente. E te la posso raccontare,  Virginia. E tu ti puoi immaginare, dalla mia descrizione, il tuo surfista, il tuo mare, il tuo cielo.  E anche chi legge questo post può fare lo stesso. E soprattutto io conserverò quel ricordo molto meglio che non se avessi delegato ad uno strumento esterno (soprattutto veloce e semplice come un telefono) il compito della memoria.
Toughtful Antonia

Cara A., ti ho detto che ho finito di leggere un libro che ho trovato molto bello? La donna allo specchio di Schmitt? Mi viene in mente una frase sulla possibilità di mantenere un ricordo anche senza doverne scrivere, che per il solo fatto di essere citata in un libro, già solletica;  un ritorno al racconto orale che stimola la  memoria e con essa l’immaginazione individuale. Insomma il senso  della parola cesellata dal bulino dell’emozione di ciascuno che diviene emozione universale. Trovo che in quest’epoca di informazioni in eccesso, immagini sovrappopolate e strumenti di approdo a tutto ciò, noi poveri bipedi, non sempre multitask e cocainomani abbiamo sempre meno spazio per l’esercizio dell’immaginazione.
V.

Si sono allungate le giornate

Cara Virginia, succede tutti gli anni. Verso la fine di gennaio, mentre si passa davanti alla finestra qualche collega dice “si sono allungate le giornate”. Ed è vero. E’ vero ed è una bella notizia. C’è una leggerezza e un sottofondo di gioia, nel poter dire “si sono allungate le giornate”. E si usa il termine giornata anziché giorno, che gli aggiunge del respiro, un tempo che si dilata, che ci si prende. Il giorno è una cosa dinamica, veloce, scandita. La giornata si distende, si trascina talora. La giornata è cosa da flâneur, cara Virginia, quale mi sembra tu ti definisca. Immagino che le giornate che si allungano facciano la gioia dei flâneur, no?
A.

 Cara Antonia, la giornata è cosa da flâneur. Se sei in ufficio ti accorgi meno del tempo che disegna luci e ombre nel corso del giorno; se girovaghi per motivi differenti le luci che la stagione ti offre sono diverse: hai bisogno di luce per essere visto se giri in bicicletta o in scooter, se giri in macchina ci vedi meglio con la luce cosiddetta naturale. Ed è giornata se le ore sono pesi per scandire il tuo tempo, indipendente dagli obiettivi del lavoro, dove il tempo è determinato dalle frazioni di quel tempo per raggiugere l’obiettivo prefissato…da qualcun altro, abbastanza lungimirante da condividerlo e donartelo come compito. Ma se non hai un compito dato da altri il tempo e la giornata sono una confezione per il compito che individui tu, in prima persona. Ho  qualche dubbio sul fatto che siamo capaci di essere flâneur, termine che aveva individuato Baudelaire e sistematizzato Walter Benjamin. Quest’ultimo aveva definito il flâneur un botanico del marciapiede, un conoscitore analitico del tessuto urbano, dotato di un ritmo che permettesse di portare a spasso le tartarughe a Parigi. Una sorta di pigrizia di fronte al caos umano che si stava aprendo (stiamo parlando della fine ottocento e inizi novecento: Baudelaire muore nel 1867 e Benjamin nel 1940, suicida il giorno prima che gli venisse concesso il permesso per espatriare in un paese fuori dall’Europa occupata dai Nazisti). Senza essere Parigi, Milano scopre il suo caos  di umanità, alle soglie di una ulteriore declinazione del termine “modernità” e c’è bisogno di capirne la direzione. Agli ardui la postera sentenza.
V.

Moda, oohh!

Ti prego, Viginia, un piccolo excursus sulla moda lasciamelo fare. Nel mese più cupo dell’anno ecco che i periodici femminili, tutti nessuno escluso, cominciano a far vedere la moda estiva. E che ti devo dire, a me piace. Sarà che sono andata in quarta ginnasio con i calzettoni, ero l’unica e niente poteva essere più uncool E non era quell’uncool così uncool da diventare cool. Era proprio uncool e basta. E allora guardare le immagini delle sfilate e pensare di essere libera di scegliere quello che mi piace mi dà ancora un certo eccitamento. Così come mi piace immaginare di mettere degli shorts mentre ho indosso un maglione pesante, e viceversa immaginare un cappotto mentre il sole scotta. Eh, sì, ognuno ha le sue perversioni. E ti dirò anche cosa mi piace della moda della prossima estate: i tagli geometrici, i colori tenui ma non pastello, il kachi un po’ militare un po’ safari. Mi piacerebbe fare un abito con l’uncinetto tunisino, una tunica con le spalle larghe, di cotone compatto, opaco. Che ne dici?
Vanesia Antonia

Cara Vanesia, si si! Mi piace l’idea che la moda poco si preoccupi della stagione corrente e peschi a man bassa nell’effimero dei mesi futuri, incurante del qui e ora. Ormai lo fanno tutti, pure i panettieri che subito dopo natale espongono i tortelli di carnevale. Crea, novella  Penelope!
V.