Time consuming

a' tazzulella e café

a’ tazzulella e café

Cara Virginia, pensavo ieri mattina, ai lavori che si definiscono time consuming. Un termine che non si riesce a tradurre con un’espressione che abbia la stessa precisione e la stessa sintesi. Pensavo che le cose che mi appassionano sono tutte altamente time consuming: leggere, lavorare a maglia, scrivere. Ma pensavo anche che è solo una prospettiva, il definirle così. Il fatto che ci voglia del tempo, anche molto tempo, per leggere, scrivere e costruirsi un maglione non vuol dire che tutto quel tempo non possa essere goduto, apprezzato, vissuto momento per momento, invece che consumato. E’ questo che mi sembra molto montaingnesco: che il tempo si vive tutto, attimo dopo attimo, e si consuma solo in certe logiche: prima fra tutte quella del lavoro, perché al mio tempo corrisponde un costo – e non voglio qui discutere della proporzione tra i due fattori – e perché il tempo lo sto vendendo a qualcuno. Ma penso che ci si possa e ci si debba esercitare nel vivere ogni momento, anche quelli di lavoro, appunto come momenti di vita e non come consumi di tempo. Anche se non sempre è facile…

Philosophical Antonia

Cara A., il tempo è costantemente al centro della mia esistenza e quanto dici mi rispolvera il vecchio adagio spesso mal interpretato del Carpe Diem, cogli l’attimo e oserei dire come fosse l’ultimo che ti è dato di vivere, con saggezza e apprendimento. Non nel senso che quindi ogni occasione va presa sennò ci coglie il rammarico, ma nel senso che il tempo, convenzione umana, è una dimensione dell’evoluzione di ciascuno di noi. Nessuna storia si racconta senza le categorie del prima, del durante e del dopo e oggi direi del piacere o della mancanza dello stesso che alcuni accadimenti provocano per essere ricordati. Credo che la difficoltà di declinare questa visione nelle nostre vite attuali, sia la mancanza di una vita un “pochino” speculativa, tale da rendere ogni nostro impegno anche uno spazio di godimento del tempo, non come consumo ma come tempo dove si eserciti la propria responsabilità.

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Cose belle che succedono a Milano

Alessandra e Andres si vedono bene. Gabriella è quella nascosta e Annarita sorride.

Alessandra e Andres si vedono bene. Gabriella è quella nascosta e Annarita sorride.

Cara Virginia, ieri sera sono stata ad un “soggiorno letterario”. Si, anch’io la prima volta che ho aperto l’email con quel titolo ho pensato si trattasse di andare da qualche parte. E invece si riferisce al soggiorno casalingo.

Ieri sera c’era Andres Neuman, di cui Ponte alle Grazie ha appena pubblicato Parlare da soli.

E’ stata una bella serata. La prima cosa da dire che Andres è davvero simpatico. Altrettanto nel libro, in cui tre voci (il padre-marito che sta per morire di cancro, la moglie-madre che lo cura e poi ne porta il lutto, e il bambino a cui viene raccontato che il padre è morto in un incidente) l’autore è completamente assente, nascosto dietro le voci narranti, altrettanto nella realtà Andres era presente. Altrettanto il libro è triste seppur bello, altrettanto Andres è solare, chiacchierone, entusiasta. Comincia a raccontare di tutti i fallimenti e i rifiuti che il suo curriculum brillante nasconde (e in questo mi ha fatto venire in mente Open di Agassi, quanto anche per lui le sconfitte fossero più rumorose delle vittorie), e poi con leggerezza entra nel merito della scrittura, di come ha costruito i personaggi, come gli ha trovato una voce, come ha usato la punteggiatura. Non ho preso appunti deliberatamente, per quanto le cose dette meritassero, per conservare e portarmi dietro il ricordo del clima della serata, che è stata animata e affettuosa. Di questo clima ringrazio pubblicamente le organizzatrici, Gabriella Grasso, Alessandra Tedesco e Annarita Briganti. Credo anche che,  paradossalmente, il fatto di parlare in inglese invece che in italiano, abbia contribuito ad avvicinare noi che facevamo da pubblico all’autore. Come se utilizzare un codice che era estraneo a tutti abbia evitato messe in mostra e giudizi automatici.

E Andres ha detto che in tutti i suoi giri non ha trovato un altro posto dove si organizzi qualcosa di simile. Quando smetteremo di darci addosso e impareremo a dare la giusta dignità alle nostre idee e alle nostre iniziative? Hai qualche suggerimento, tu?

Satisfied Antonia

I lampioni di Monza

Lampioncino parisian style

Lampioncino parisian style

Ieri sono andata a cena da un’amica a Monza. Pur essendo tanti anni che vivo a Milano, penso di non essere mai stata prima a Monza. E’ chiaro che anche l’amica non ha sempre abitato a Monza, sennò ci sarei capitata. Ieri era una sera piovosa e abbastanza cattiva, pioggia gelata e strade deserte e un certo senso di abbandono. Ma i lampioni lungo il Lambro, non so se si può dire sul lungolambro, quelli erano bellissimi. Avevano una forma simili a quelli francesi, e la pioggia e l’acqua di cui l’aria era densa creavano un alone magico intorno a ciascun lampione. Dopo di che non ho visto altro, di Monza, ma i lampioni li ricorderò. Potevo fotografarli, sì, ma non l’ho fatto.

Però ho trovato una foto di un lampioncino di gusto francese con quel tanto di alone nebbioso…

Admiring Antonia

Cara A., Milano ha un’anima mista, come l’Italia del resto. Siamo una Nazione e facciamo fatica a difendere la nostra identità nazionale, perché ricostruirla fa fatica. Il fatto si evince ultimamente per la sparizione e il seppellimento ormai sommario del congiuntivo, forma verbale ereditata da altre storie (quel bel duemila anni di repubblica romana e impero conseguente, reiterato ben s’intende) e di altre levature per esprimere sottigliezze verbali, forse poco consoni al piattume vigente: chi esprimerebbe un dubbio con una domanda e il  conseguente congiuntivo in momenti di crisi come questi? Meglio risparmiare sulla forma  e fare una domanda diretta, senza “Mi chiedo se sia o penserei che fosse” e passare al più diretto “Siamo nella palta e c’ho idea che ci rimaniamo per un bel pò”. Per rispondere alla domanda che ci facciano (oops un congiuntivo, in una interrogativa indiretta. Spiacente, mi è scappato) a Monza i lampioni di fattura francese o devi consultare un medico bravo se pensi di aver avuto un’illusione poetica oppure pensare che un tempo gli scambi avvenivano lentamente, con la forza delle idee e anche in via Benedetto Marcello, tolte le insegne dei ristoranti etnici (che però sono anche a Parigi), potresti sentirti a Parigi.

Hic menibus optime

V.

Da oca nasce oca

autentico uovo d'ocaCara Virginia, eccomi qui ad annunciarti una nascita: quella di Piumedoca Knitting, un blog di sferruzzo creativo. E’ nato un po’ per caso da quei pensieri sui lavori femminili che abbiamo recentemente discusso e condiviso. Non ce n’era bisogno, ma questa è la rete. Tutti ci mettiamo il nostro zampino e un po’ di quel che abbiamo dentro, e chi ci trova ci trova. E queste sono anche le multi-identità. Mi permetto di scomodare il grande Amartya Sen (che ho anche avuto il piacere di conoscere personalmente, a parziale dimostrazione della veridicità delle sue convinzioni) che in un incontro al Festival di Mantova parlò proprio di come ognuno di noi ha diverse identità e appartiene a diversi gruppi sulla base delle sue convinzioni, dei suoi interessi e della sua vita. Mi rendo conto che detto così suona abbastanza banale, ma messo nel contesto delle guerre religiose e dei disperati tentativi di definire le persone attraverso l’ideologia, la sua evidenza e il poterselo sentire addosso quotidianamente davano grande forza a quell’idea. Così ho deciso di dare la parola (e qualche immagine) anche all’Antonia che fa la calza.

Knitting Antonia

Lavori femminili 1

knitting 1La maglia di cui sono appassionata, cara Virginia, è classificata tra i lavori femminili. Una volta c’erano anche dei negozi, di ” lavori femminili”, con gomitoli e fili, aghi e uncinetti. Nei romanzi le signore hanno sempre un lavoro in corso, un ricamo quelle ricche e un rammendo quelle  povere, e anche molte delle nostre mamme facevano quei lavori per necessità o virtù o piacere . In tutto questo nessuno  è riuscito a togliergli quell’ambiguità che deriva dall’abbinamento della parola lavoro, con le sue evocazioni di serietà, fatica, impegno, competenza e risultati, alla parola femminile, che suggerisce leggerezza, vanità, grazia. E forse è giusto così. Perché anche se richiedono costanza e capacità,  si fanno con un certo piacere. A’ propos, ecco la foto del mio lavoro in corso attuale: un pulloverino “a uovo” il cui segreto è  crescere dei punti per poi calarli (un po’ come diceva la mia amica dell’andare in montagna: perché fare la fatica di salire per poi riscendere?). Verrà fuori quello che mi immagino? E’ sempre un po’ una sorpresa. Finché non l’hai finito non sei sicura del risultato. Ma questo non è forse vero anche per tutti i lavori, maschili femminili e neutri?

Knitting Antonia

Cara A., con il tuo post s’aprono  riflessioni che attingono lontano nella memoria. Forse per la tua citazione della paziente arte del tessere (può essere intesa tessitura anche il lavoro dei ferri, degli uncinetti?) e qui Penelope, della quale pare non ci sian giunte effigi se non romane o più vicine a noi, spinge alla porta e s’intrufola con il suo arcolaio e accodato stuolo di ancelle. Ho una certa allergia alle definizioni di lavoro femminile, se questo aggettivo ha escluso le donne da professioni tradizionalmente riservate al maschile, come se fosse fare il medico, l’ingegnere e l’astronauta esclusivo appannaggio di competenze, non è mai attestato dalla biologia del cervello, appunto del maschile contrapposto al femminile. A ciascuno il suo, per carità! ma che dire allora della regale tessitrice, che a forza di fare e disfare la sua tela tiene ben ferme le mire politiche dei proci (e in tutto i giovanotti erano ben 109). L’avrà fatto insicura del risultato, speranzosa del benvolere degli dei? Sicuramente amo pensare che abbia tratto un suo piacere nel fare e disfare punti (mi pare che la metafora dell’amica della montagna torni più forte che pria) e far parte con discrezione di una trama più complessa, impossibile da completare. A proposito, Penelope neonata fu salvata da alcune anatre accorse ignare a evitare il destino di morte che il padre aveva deciso per lei.

Sul tema lavoro, mi riservo di fare un’ulteriore riflessione.

V.

Mia cara Virginia, quanto sono belli questi tuoi riferimenti classici riportati al nostro presente! Certo anche i ferri sono tessitura, alla fine. E Penelope è un’eroina quieta e démodé, ma che adoro!

A.

Murales oppure no?

murales io io ioCara A, come ti avevo preannunciato, contro ogni mia pigrizia e bisogno di concentrazione (come rimpiango la stanza tutta per sé di Virginia Woolf, che aveva un altro senso che sia chiaro, ma voleva dire stare al calduccio a casa) ho iniziato per motivi diversi ad attraversare la città da nord a sud, dal centro alla periferia e ritorno. E ho scoperto un’espressione che non farà piacere all’amministrazione comunale, ma a me diverte per gli stimoli che deriva. Un umano in movimento, che non ha scelto internet per esprimersi o dei social network che avrebbe ben maggiore visibilità ma che occupa muri, pareti più o meno visibili al passante o automobilista veloce. Frasi immortalate fino alla prossima cancellazione del solerte imbianchino comunale, che parlano di tutto, commentano tutto. Si esprimono insomma. Anche sulla testata di un bancomat.

V.

E certo che questo murales aperto a qualsiasi interpretazione, cara Virginia.  Verrebbe da dire, se io io io io è il tuo orizzonte, per forza che ti senti solo. Oppure è perché ti senti solo che non riesci a scrivere altro che io io io io? Ma buttati anche tu sui social network, dove si comincia con io ma si finisce in share. Siamo di fronte ai sintomi dell’eccesso di individualismo della società opulenta? Mi fa un certo effetto, ad essere sincera, parlare di società opulenta. Capisco che il termine è stato coniato pensando alla povertà del terzo mondo, ma adesso suona un po’, beffardo direi. Il che non toglie l’eccesso di individualismo, le distorsioni che ha prodotto e il malessere che i singoli sentono. Insomma, la prossima volta Virgi, trovami un murales scanzonato o dissacrante, così da non scriverti delle risposte tristanzuole… Ultima domanda: chi sarà mai Eveline che si sente solo?

Slightly saddened Antonia

Iron (wo)man

Margaret Thatcher

Cara Virginia, non pensavo che avrei scritto anch’io qualcosa sulla Thatcher, ma ebbene sì, lo faccio. D’altro canto mi ci sono già avvicinata con la citazione dell’edonismo reaganiano, un paio di post fa. E’ che ho visto e letto un sacco di cose su di lei, in questi giorni, soprattutto sulla stampa e alla BBC. E poi me la ricordo bene, quando è diventata primo ministro.  Due cose mi sono venute in mente. La prima che è stata fatta fuori dal suo stesso partito, secondo una tradizione che caratterizza la politica dai tempi dei romani e probabilmente anche prima. Non c’è bisogno di un nemico, per distruggere un politico; gli amici bastano e avanzano. La seconda è come, sia per chi la ricorda come una manna dal cielo sia per chi la ricorda come una disgrazia, il suo potere sembra essere stato enorme. Che le si attribuisca il merito di avere salvato l’economia britannica e di avere portato la nazione a livelli di benessere sconosciuti e ad un riconoscimento internazionale insperato, o che la si ritenga responsabile di aver avviato (insieme  a quell’altro simpaticone di Ronald Reagan) un processo di liberalizzazione il cui conto ci è stato presentato nel 2008, oltre che una società dai livelli di disuguaglianza medioevale, a me viene da dire “non può mica aver fatto tutto da sola”. Oppure sì? Questo il quesito che ti pongo, cara amica: un singolo individuo può essere così forte da imporre la sua visione/ideologia su una società intera? Oppure succede che un singolo individuo riesce a coagulare così intensamente tutto quello che una società pensa/produce/desidera da diventare il simbolo di un periodo storico? A te l’ardua sentenza…

ps: e vedi da chi è stata copiata l’idea del presidente operaio!

Antonia goes into politics

Cara A., in questi giorni molto è stato detto sulla signora in questione nel web e fuori dal web, segno che il cordoglio è un sentimento umano. Tuttavia nessuno diventa santo con la morte. E direi per fortuna: le pruderie agiografiche mi perplimono parecchio, pur trovando la morte un fatto misterioso e magico al contempo! La politica è cosa umana (e qui direi nel senso di tendenzialmente maschile) e che ha bisogno di leadership, ma che si fonda sulla rappresentanza nelle democrazie che abbiano questo nome. Quindi alla domanda avrà fatto tutto da sola? No, mi vien da dire. Ma sicuramente la collettività non sospende la responsabilità individuale, e quindi chi coagula su di sè così tanta rappresentanza, secondo me, ha comunque la responsabilità di quanto veicola; come dire onori e oneri. Sarà segno di quei tempi dall’onda lunga l’unica frase che comunque a me fa simpatia? quella che dice: “In politics, if you want anything said, ask a man; if you want anything done, ask a woman” #Thatcher thinking”.

V.

Le 4 virtù cardinali, ovvero basta con l’edonismo reaganiano

le quattro di Raffaello Sanzio

Le potremmo definire démodé: prudenza, giustizia, fortezza, temperanza. Eppure, cara Virginia, pensa in questo momento storico di disorientamento e fitta nebbia della ragione come le virtù cardinali ci potrebbero orientare. La loro associazione con la religione le potrebbe rendere insopportabili a molti, ma risalgono in realtà ai greci e ai romani, e quindi possono anche essere vissute senza sacralità alcuna. Del resto, più penso alla loro definizione e più mi ci sento a mio agio. La prudenza, ovvero discernere qual è il proprio bene e scegliere i mezzi adeguati per attuarlo e ottenerlo (non ti ricorda il Montaigne di qualche post fa?). La giustizia è la volontà di dare al prossimo ciò che è dovuto. La fortezza, cioè essere fermi e costanti nella ricerca del bene, anche in mezzo alle difficoltà. E la temperanza, definita come l’autoeducazione della volontà a moderare l’attrattiva dei piaceri sensibili ed essere equilibrati nell’uso dei beni. Potrei addirittura dirti che le api operose di Mulgan le applicano costantemente: innovare partendo da una spinta interna, socializzare i risultati e gli effetti, tenere conto degli altri nel processo di ricerca, non sprecare e riutilizzare… Sono altre parole, mentre le virtù cardinali dette così, sono démodé quanto la parola démodé. Ma che vuoi che ti dica, a me piace. E mi piace anche il concetto di virtù, l’ applicazione e la disciplina che richiedono. Uuh, sento le urla degli edonisti reaganiani che mi assordano!

Philosophical Antonia

Ebbene cara Antonia, aggiungerei proprio il piacere come quinta virtù, che non me ne vogliano i teologi fini. Giacchè riflettiamo su virtù le cui definizioni vengono da lontano, sparse nel tempo, ma non nella filosofia che ha il bene di procedere con progressioni artimetiche o geometriche (nulla si perde, tutto si trasforma). Ed Epicuro mi viene in mente come maestro di virtù che ha nella sua radice la parola vis (forza) e conoscenza.  Abbiamo il peso di parole inflazionate dalla scarsa memoria e poca conoscenza (ancora una volta la pigrizia, questa volta da eccesso di informazione) e quindi annaspiamo e ci difendiamo dalle ideologie, per l’eccessivo rumore che queste fanno per affermarsi. Ma Epicuro è lì a dire che la conoscenza è esperienza e la sensazione di piacere nel raggiungerla è di per sé una virtù che porta ad altre virtù, mirate a raggiungere il bene per sé e per gli altri. Abbiamo paura di ciò che è démodé o semplicemente soffriamo di costante amnesia?
V.

Api e locuste

Geoff Mulgan a Meet the media guru

Ancora animali e insetti, dirai che sono un po’ fissata, cara Virginia. Ma api e locuste questa volta vengono da un incontro organizzato qui a Milano da Meet the media guru, ospite Geoff Mulgan. Ohibò, chi era costui? Definiamolo il guru della social innovation, anche se lui ha aperto l’incontro dichiarando che non si sentiva certo tale. E’ un inglese cresciuto a campagne contro la Thatcher (e già questo ci piace), ha fatto l’advisor di Tony Blair, si occupa di quello di cui parla (e anche questo ci piace) e cita F.D. Roosevelt (e questo ci piace assai). Molto semplice nel parlare, diretto e chiaro. Ci parla della democratizzazione dell’innovazione. Che vuol dire che ormai l’innovazione non avviene più nelle grandi strutture industriali, nei grandi centri di ricerca, ma grazie alla diffusione della tecnologia e dei social media si è diffusa, e sempre più arriverà dal basso, dai singoli, dai gruppi. Ovvero da tutte quelle api operose che ogni giorno pensano, lavorano, creano, ci provano. E chi saranno mai le locuste? Beh, tutti quei simpatici finanzieri e manager che invece di fare i finanziatori e i promotori di innovazione hanno intascato e imboscato risorse e denari, complici governi e istituzioni. Più api e meno locuste dunque, in futuro, please. E ho trovato l’incontro molto incoraggiante, con un ottimismo intelligente. E ti dirò che nel mio piccolo, che è veramente piccolo visto che più che capetti ai ferri o all’uncinetto non ho inventato, nell’ape operosa mi identifico volentieri. Per una sintesi più esauriente e seria dell’evento, www.meetthemediaguru.org e www.nesta.org.uk.

Your faithful Antonia

Cara A., quanto dici mi fa pensare alla produzione della ricchezza, che a volte corrisponde al banale sostentamento derivato dal lavoro. E come il lavoro stesso sia cambiato come strumento di produzione. Ma su questo ho bisogno di riflettere e quindi apro solo lo spunto e lo lascio a tempi migliori. Grazie per lo stimolo, come sempre

Virginia

Grandi aspettative

pepys road

La storia di questo libro, cara Virginia, comincia sul New Yorker.  Sì, lo so che qui in Italia fa snob, ma a me piace. E un giorno c’era un pezzo che si intitolava Expectations. E sai quando hai quell’eureka di trovare che qualcuno ha scritto proprio di quello a cui tu stai pensando. Anche se le aspettative sono qualcosa su cui non si smette mai di pensare. Ebbene Expectations era un racconto ed era molto bello. Passa qualche mese e in casa appare un libro: Capital di John Lanchester. La copertina è neutra ma il titolo ha una forza speciale, nel 2012. Lo leggo e dopo solo un paio di capitoli ritrovo il racconto di Expectations. Eureka bis! Un bel romanzo, una bella storia, dei personaggi che ti ricordi anche dopo aver finito il libro. Il titolo è un omaggio a Karl, naturalmente, ma anche una frecciata al capitalismo disastroso che stiamo vivendo. Quando l’ho finito lancio un tweet che si disperde nell’etere e resta senza risposta: Chi pubblicherà Capital in Italia? Ma passa ancora qualche mese e scopro che Capital diventa Pepys Road ed esce in Italia. Il 2 aprile ovvero martedì. E son contenta.

International Antonia

Cara A., ho pensato mi parlassi di Dickens e così l’attesa è stata stravolta con un colpo di mano. La domanda sorge “spintanea”: c’è anche una presentazione?

V.

Cara Virginia, sì, quando ho messo il titolo del post sapevo di correre questo rischio… ma è proprio lì che ti volevo portare, alle aspettative. Perché non riusciamo a fare a meno delle aspettative, pur sapendo che nove volte su dieci vanno deluse? Eppure sperimentiamo, ogni tanto ma con regolarità, la meraviglia di quello che succede quando non ci aspettiamo nulla e ci poniamo neutri (puri?) di fronte alla realtà…