Cubeddu: dadaismi milanesi

Ti racconto le mie impressioni, cara Virginia, sulla serata Cubeddu in Santeria. A parte la delizia del luogo, insospettabile, accogliente e semplicemente (come si dice a Milano, non se la tirano per niente), la presentazione di C.U.B.A.M.S.C. ovvero Con una bomba a mano sul cuore, è stata divertente, molto al di là delle righe e molto gradevole.

Quanto alla storia che Cubeddu ci ha raccontato, insieme a Marco Ceroni, studente dell’Accademia di Belle Arti, beh lì siamo davvero oltre. E la lasciamo ascoltare direttamente.

Amused Antonia

La copertina del libro di Marco Cubeddu

La copertina del libro di Marco Cubeddu

Carlo Carabba, Marco Cubeddu e Jacopo Cirillo chiacchierano di Con una bomba a mano sul cuore

Carlo Carabba, Marco Cubeddu e Jacopo Cirillo chiacchierano di Con una bomba a mano sul cuore

Cara Piuma, Marco Cubeddu, Marco Carabba e Jacopo Cirillo hanno reso omaggio al titolo della manifestazione “La Letteratura non è noiosa” nel vero senso del termine. Scoppiettanti e divertiti mi hanno divertito. Non svelo di più ma non avrei mai sospettato quanto ci ha raccontato Marco Cerani, segno che il punk è vivo e si diverte!
V.

Una nota sull’audio: è stato preso in diretta alla Santeria, i rumori di fondo sono veri e reali; speriamo non vi dispiacciano.

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Dobbiamo ripensare tutto, Altan lo vuole

Cara Virginia, sfogliando Repubblica ho visto questa pubblicità di La Repubblica delle Idee, con la vignetta del venerabile Altan. La foto è del giornale sulla mia scrivania (ahimé disordinatissima) sperando che ci salvi dall’accusa di utilizzo senza pagare i diritti…

Nessuno meglio di Altan sa esprimere i miei stati d'animo...e non mi conosce neppure...

Nessuno meglio di Altan sa esprimere i miei pensieri. E non mi conosce neppure!

Dobbiamo ripensare tutto mi ricorda la nostra conversazione sulla rivoluzione digitale, anche se sono certa che Altan le dà un senso politico e sociale che i miei pensieri post-torinesi non raggiungevano. Ma “dobbiamo ripensare tutto” si applica anche alle nostre vite quotidiane, messe in subbuglio dal sobbollimento che ci circonda. Io sono certa che ci riusciremo…

Antonia at her desk

Cara Piumadoca, fare e disfare è un componente non ancora rilevato dagli studi di biologia avanzata che si occupano del genoma umano. E’ quel componente che le donne, soprattutto, e qualche volta gli uomini hanno e mettono in atto nella propria vita. Prima di costruire bisogna distruggere (Sir Bacon e gli empiristi inglesi), potrebbe essere la norma filosofica cui ispirarsi. La tela di Penelope è la metafora che il mito ci ricorda: torna di nuovo la nostra amica salvata dalle oche.

V.

Franca Rame e le altre

Cara A., giornata strana e anno strano questo 2013. Se mi segui con pazienza cercherò di esprimere un pensiero sul cordoglio e sul salutare chi raggiunge il mondo dei più, senza che abbia mai fatto parte della tua vita veramente. Ho capito che era successo qualcosa a Franca Rame dalle tendenze in twitter stamattina e questo un tempo non sarebbe stato possibile; ho scorso rapidamente la time line della mia pagina Facebook e mi sono accorta che ho cominciato a commuovermi a gennaio per la morte di Rita Levi Moltalcini,

Rita_levi_montalcini

Rita Levi Montalicini in una delle sue eleganti pose.

poi per la scomparsa di Mariangela Melato,

Mariangela_Melato

Mariangela Melato ripresa all’arrivo ad un festival a Roma

poi i giudizi contraddittori su Margaret Thatcher ed oggi per la morte di Franca Rame.

Certo la signora con la falce ha mietuto anche in campo maschile, con un senso delle pari opportunità che nessuna legge saprà mai eguagliare. A’ livella, la chiamava Totò: tutti uguali di fronte ad essa, nei rituali e nel senso dell’assenza che ogni morte lascia.  E mi scuso se qualcuno l’ho dimenticato e altri non li cito per discrezione.

Eppure di questo vorrei conversare: il senso del cordoglio che ogni scomparsa richiama e l’esercizio della memoria, nonostante i mezzi di informazione diversa. Ecco, mi ricordo di aver visto Mariangela Melato e Franca Rame a teatro; di aver visto con un certo cruccio il film su Margaret Thatcher e di aver rivisto tutte le interviste a Rita Levi Montalcini. Cercare di ricordare fa parte del cordoglio per una perdita, e quanto ciascuno di noi lascia, volente o nolente.

franca_rame

Non è una fototessera, ma l’immagine della senatrice sul sito della XV legislatura

Cara Virginia, sì, ho commentato anch’io, qua in ufficio, quante ne sono morte quest’anno, di donne degne di memoria. Mi son detta sarà anche l’età, quelli che ci ricordiamo di aver ascoltato, visto o ammirato ed erano più grandi di noi, ora sono più vecchi di noi, o sono diventati troppo vecchi per essere ancora tra noi. E il ricordo, per quanto Julian Barnes nel meraviglioso libro Il senso di una fine ci faccia riflettere sul fatto che è sostanzialmente inventato (una selezione di frammenti riassemblata per avere un senso), il ricordo è quello che ci resta. Ma è tanto: lo si può condividere anche senza social network, lo si può trascrivere, lo si può raccontare. Di queste donne poi ci restano anche le opere: nell’era della riproducibilità dell’opera d’arte, l’accesso al lascito di chi se ne è andato è diffuso e benvenuto.

Sad Antonia

Joseph Turner, quando si dice l’ignoranza

Cara Virginia, questa volta girellavo tra i file dei miei computer, spostando vecchi documenti e facendo quei ritrovamenti sorprendenti che si fanno sempre quando si mette ordine, online o offline che sia. E c’era un file dal titolo Malinconico Turner. Lo vedi qui.

Il titolo originale è Norham Castel, Sunrise

Il titolo originale è Norham Castel, Sunrise

Io lo trovo meraviglioso. E mi sono ricordata che per anni ho visto Turner solo come il pittore delle vedute veneziane, quegli acquarelli un po’ stucchevoli e poco interessanti. Quando si dice l’ ignoranza. E poi a Londra sono stata in una sala tutta dedicata a lui (forse era più di sala, non ricordo), e c’erano tanti quadri che non erano affatto figurativi, quadri in cui, come in questo, c’è un punto di luce che è la luce dell’anima, quadri che in modo silenzioso e potente creano uno spazio dentro di me, mi entrano negli occhi e mi risultano indimenticabili. E ho scoperto anche che dopo avere dipinto in un modo che penso si potrebbe definire espressionista, poi il nostro, poveretto, cominciava a mettere strati di paesaggi, case, barche, animali e chi più ne ha più ne metta, per andare incontro ai gusti del pubblico che, insomma, neppure cento anni fa era molto all’avanguardia. Ma per fortuna anche le tele originali, quelle astratte, luminose in un modo riconoscibile e commovente, sono rimaste, per permetterci di confrontare il vero Turner con quello addomesticato. E a me sembra una gran bella storia.

Admiring Antonia

Painting is a strange business. (J. M. W. Turner), pare abbia detto il nostro e chi può dargli torto. Con il senso prammatico che dovremmo imparare dagli inglesi, anche quando parlano all’anima. La mia riflessione si sposta sul fatto che due secoli fa era più facile osservare la natura nella sua interezza, superati i limiti e i vantaggi del razionalismo illuminista: difficile ora dipingere un porto aperto come fa il nostro Turner o una serie completa di ninfee come fa Monet. Io non saprei neanche distinguerla una ninfea, sempre che riuscissi a scovarne una. E dipigere non è tra le mie abilità: ma senza incedere a categorizzazioni estetiche mi vien da dire una storia dentro quelle immagini c’è e mi coinvolge. Segno che la voce ce l’ha fatta a superare i limiti, temporali e lingustici che siano.

V.

Sapienza: alla ricerca delle parole perdute

Cara Virginia, questo volta mi riallaccio alle virtù cardinali di cui abbiamo scritto qualche post fa, perchè mi ha colpito una parola, sapienza. Parola strana, da un lato sovraccarica di evocazioni religiose, dall’altro abusata dalla pubblicità come caratteristica dei prodotti che si spacciano per artigianali (ma l’investimento pubblicitario denuncia chiaramente che sono industriali, e di industrie neppur vagamente artigianali).

homo laicus

L’homo laicus non l’abbiamo certo inventato noi…

Della definizione di Wikipedia, che riprende a sua volta le definizioni di diverse teologie, mi piace che la dichiara superiore all’intelletto, che poverino, se si deve confrontare con le realtà soprannaturali, proprio non ce la fa. Traducendo realtà soprannaturali in realtà spirituali, da moderni scettici quali siamo, la sapienza mi sembra un modo per avvicinarsi a quell’essenziale che è invisibile agli occhi, a quel mondo che abbiamo dentro ma di cui non conosciamo la voce, alle vicinanze inspiegabili, alle intuizioni improvvise.

life is about creating yourself

Volendo, qui ci possiamo collegare al commento su Foucault della scorsa settimana

Sapienza mi evoca ricchezza e abbondanza, giustappunto non materiali, e per questo importanti in questa fase di downsizing (sul quale ci vorrebbe un post a parte).

E tu che ne pensi?

Non descript Antonia

Cara Antonia, un tema difficile la sapienza. A me la parola richiama la più laica conoscenza e tutta la fatica per arrivare ad una sapienza che dia un senso alla strada che facciamo tutti i giorni. L’esercizio che ci compete o che ci competerebbe. Non vorrei sembrare idealista, ma quella fatica alla ricerca della conoscenza, con attenzione e senza presunzione credo vada fatta tutti i giorni.  Però le priorità sembrano essere sempre altre: le bollette o i desideri di viaggio. Insomma il mero denaro, che rimane per ora un mezzo di scambio in questa parte del mondo (e purtroppo anche in altre).  E quindi non ci impegnamo nel tentativo, almeno quello, di raggiungerla la sapienza. A me sembrerebbe, con una battuta, un’occasione sprecata.

Virginia

Ancora Torino: leggere vs ascoltare

Cara Virginia, stamattina mentre facevo colazione pensavo ancora a Torino, al leggere ed ascoltare gli scrittori. Mi è successo in particolare con un libro, Il primo gesto di Marta Pastorino. Confortata dal commento della brava Patrizia La Daga de Le ultime 20, posso dire che già la quarta di copertina, e poi l’inizio della lettura, mi hanno un po’ spaventato. Mi son detta, no in questo momento non ce la puoi fare, lascialo lì e aspetta.

marta pastorino il primo gesto

Poi a Torino ho incontrato Marta Pastorino. Con un viso pulito di ragazza. Con una voce pacata e a tratti esitante. A dire che la conoscenza passa attraverso il corpo e le sensazioni. Che bisogna passare attraverso il dolore per superarlo. Che il proprio libro si capisce attraverso i lettori.

E mi son detta ecco perché ascoltare gli scrittori, anche senza aver letto il loro libro. Perché ti danno qualcosa di diverso, che magari ti aiuta a trovare il momento giusto per leggere un libro che, immobile nella sua forma cristallizzata, non riusciva a raggiungerti.

Yours Antonia

Cara Antonia, l’incontro con chi narra storie ha della magia. Un libro è lo sforzo che l’autore fa nel mettere ordine nella storia che vuol raccontare, ma quanto di quella storia rimane in lui o nella sua penna… Può sembrare una riflessione scanzonata la mia e forse neanche una vera riflessione. Ma in questi giorni di uscite forzate dal guscio vedo una strana solidarietà, una voglia di parlarsi anche tra perfetti sconosciuti.  Temo che il dolore, di qualunque entità e qualità sia, abbia bisogno di essere attraversato tutto per avere un senso, e raccontarlo ad altri aiuta a rafforzare la memoria.

V.

Torino e la rivoluzione (digitale)

hall hotel nh lingotto ex meridien

Ti ricordi Virginia quando mi hai chiesto che cosa mi piaceva del Salone del libro di Torino? Io non avevo avuto esitazioni: mi piaceva che fosse un’enorme libreria dove anche i libri degli editori più minuscoli e sconosciuti erano esposti in bella vista, e mi piaceva che nella hall dell’hotel Lingotto (NH o ex Meridien come lo chiamano gli addetti ai lavori) ci si potesse sedere a riposare incontrando tutti. In special modo verso le 11 di sera del sabato, dopo le cene e prima delle feste di prammatica.

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Foucault e il senso del potere

Fuocault_potere_archives_parigi

Il potere non è una proprietà, non è una potenza; il potere non è altro che una relazione che non si può, e non si deve, studiare se non  in funzione dei termini entro i quali si svolge. Non si può quindi scrivere la storia degli stati o dei popoli, ma soltanto la storia di ciò che costituiscono, uno di fronte all’altro, questi due termini. DI CUI UNO NON E’ MAI L’INFINITO, E L’ALTRO NON E’ MAI LO ZERO.

Cara Antonia, oggi ti parlo di una frase che ho trovato sulle pareti del cortile degli Archivi Nazionali a Parigi. Vedere diversi pannelli che ritraessero massime di autori francesi affissi nel cortile d’onore mi ha fatto pensare a Pompei e all’uso antico di scrivere sui muri o dipingere manifesti politici in un’epoca in cui la carta non veniva prodotta in quantità industriali come accade oggi. Con massima libertà l’espressione e la sintesi  sono manifeste a imperitura vista (finchè il crollo dovuto all’incuria non le cancellerà). A Parigi il rischio crollo non c’è vista la cura del patrimonio che i Francesi hanno da sempre. Ora non so se basta un post per commentare il concetto che esprime Foucault in poche righe. Ma la prima riflessione che mi sovviene: pensare al potere come ad una relazione tra due termini, l’uno mai infinito e l’altro mai pari a zero mi sollecita parecchio. Il senso del potere che abbiamo ereditato, soprattutto in Italia si è scordato dell’etimologia della parola, il verbo potere voleva dire essere in grado di fare qualcosa e oserei dire per questo motivo essere grande, più grande di altri. Dopo 2000 anni il tema è aperto e ha declinazioni meno fortunate.

E se tornassimo a pensare alla relazione, in termini matematici, tra esseri viventi? E magari provassimo ad agire di conseguenza? a te la piuma, mia cara Antonia.

V.

Cara Virginia, mi sembra di tornare agli adorati studi di sociologia, star qui a ragionare del potere. E’ vera questa distorsione della parola, che dall’essere una porta aperta sulla ricchezza della vita diventa una morsa soffocante e uno sforzo quotidiano. Penso alle aziende e ai loro manager, all’inseguimento di un potere che più salgono e più gli sfugge. Penso ai politici e alle trattative estenuanti che il potere porta con sè, e di cui sembrano spesso sorpresi. E’ forse questa la prova, in termini più concreti, che nessuno è infinito e nessuno è zero. Grande Foucault (soprattutto a piccole dosi)!

Plumy Antonia

Lirio Abbate: che cosa c’entra Internet con la ‘ndrangheta

bronzi_riace_calabriaChe cosa c’entra la ndrangheta con internet? cara Antonia. La domanda aleggiava
qualche giorno fa in una delle sale del Salone del Libro di Torino.
E mi è rimasta in mente, direi un peso sul cuore.
Lirio Abbate ha parlato della situazione delle donne calabre al Salone del Libro,
presentando “Fimmine Ribelli“.
Parole come codice d’onore e regole della famiglia campeggiavano pesanti nella
sintesi dell’autore; ha parlato dei social network come di un veicolo per un pensiero che è rimasto muto a lungo e che diventa megafono virtuale per la ribellione e la denuncia.
Grazie ai social network e alla dislocazione geografica donne e uomini
di culture diverse, ma appartenenti allo stesso Paese, si innamorano e abbattono
le vecchie regole del clan, cioè che gli uomini possono tradire il legame
matrimoniale, le donne no e devono tacere.
La conclusione è semplice quanto paradossale: se non vuoi morire per aver
tradito, devi collaborare con lo Stato, raccontare quanto preoccupa
maggiormente il clan, abbattendo il pudore personale e la reticenza, diventati
omertà nel contesto sociale. Le fimmine ribelli, me le sono immaginate come fiere antagoniste dei Bronzi di Riace, ma non sono riuscita a scrollarmi di dosso la subdola tristezza che mi ha preso.
Virginia

Cara Virginia, mi ha colpito vedere, nella foto che hai messo ad illustrazione della tua lettera, questa sublime opera d’arte.
Mi ha ricordato di quando li ho visti a Firenze, parcheggiati in attesa di tornare nel luogo di origine, una delle cose più belle che abbia mai visto. E’ dunque un bel contrasto e un bell’incoraggiamento.
E mi fa piacere che i social media, ora osannati ora bistrattati, si rivelino comunque uno strumento in più perché le donne si riprendano la libertà che gli spetta. E perché si smetta di chiamarle femmine, parola corretta dal punto di vista formale ma così piena di brutte evocazioni che io personalmente non riesco ad usarla tranne che per l’anagrafe.

Yours Antonia

Giuseppe Lupo: un dono da narratore

Carissime lettrici, carissimi lettori,casa_atellani_milano

oggi rompiamo la nostra regola della conversazione rigorosamente a due e diamo un annuncio a due voci se così si può dire. Il nostro amore per i libri ci ha portato al Salone del Libro, una gran kermesse  che per le due Piume d’oca s’è chiusa ieri. E ognuna di noi ha ricevuto doni inaspettati, ricchi dell’ energia necessaria per superare la stanchezza dei chilometri consumati tra uno stand e l’altro, delle conversazioni che avranno bisogno di essere risorseggiate per diventare nutrimento. Ma uno dei doni che bussa alla porta e ha voglia di farsi sentire è quello che ci ha fatto Giuseppe Lupo, autore del libro Viaggiatori di nuvole, storia ambientata anche a Milano. La casa degli Atellani ha un ruolo di rilievo nella storia:  per non incoraggiare la pigrizia mettiamo la pianta, invece della foto. La foto potete cercarla voi, se vi prende la curiosità.

Giuseppe ha accolto con entusiasmo di raccontarci una storia breve, da ascoltare come se il nostro Autore fosse un novello cantastorie, il narratore orale che con una tecnica tutta da riscoprire costruiva la storia, in un modo che proprio non potevi fare a meno di ascoltare.

Speriamo vi piaccia, come è piaciuta a noi,

Antonia e Virginia

Ascolta la storia di Giuseppe Lupo