Se non ti perdi non puoi ritrovarti: Grosz e la storia che non si può raccontare

Il libro di Stephen Grosz, Mondadori

Il libro di Stephen Grosz, Mondadori

Pensa che sono conosciuta per una di gusti difficili circa la lettura, cara Virginia. Eppure di libri che mi piacciono ne trovo, oh sì che ne trovo. Questo si intitola “Una storia che non possiamo raccontare”, ma mi ha colpito il sottotitolo: Come perdiamo e ritroviamo noi stessi (in Italia lo pubblica Mondadori). E’ scritto da Stephen Grosz, uno psicanalista americano che vive e pratica in Inghilterra. E’ un libro molto semplice, in cui Grosz racconta i percorsi di alcuni suoi pazienti dentro se stessi, alla ricerca delle origini e qualche volta del perché dei loro malesseri. Non è un libro nuovo, da questo punto di vista, che anzi ce ne sono un sacco. Quello che mi ha colpito profondamente (e uso profondamente proprio in senso letterale, non come modo di dire) è il modo in cui Grosz accompagna i suoi pazienti in questi percorsi. Lo fa senza pregiudizio alcuno, mosso soltanto dal desiderio di conoscere, di scoprire e di capire. Rispettando i tempi necessari. Con le domande utili e i silenzi necessari. Senza voler far rientrare le persone dentro delle caselline prestabilite.

E’ questo che mi è piaciuto del libro. Che non si cerca di trovare una ricetta che vada bene per tutti. Che non si cerca di insegnare qualcosa, dall’alto della cattedra o dell’esperienza. L’accompagnamento di Grosz ha una qualità umana delicata e leggera, ed anche affettuosa.

Sì, per questo mi è piaciuto.

Reading Antonia

La psicoanalisi contemporanae in una vignetta del New Yorker

La psicoanalisi contemporanae in una vignetta del New Yorker

Cara A., ti ho detto spesso quante perplessità io nutra circa le terapie psicologiche, per motivi che non è luogo questo deputato a mettere in luce. Tuttavia mi convinco sempre più che l’ascolto attivo, partecipativo e scevro di giudizio oltre alla necessità di raccontarsi siano due bisogni del genere umano quasi primigeni (troviamo l’assenza di pregiudizio pure nella piramide di Maslow, ahinoi). E credo che uno degli aspetti che rende avvincente la lettura di questo testo, molto lontano dai Casi Clinici di Freudiana memoria, sia il racconto circa gli sgambetti e le reticenze che ciascuno di noi mette in atto nei momenti di difficoltà o semplicemente nell’evoluzione che l’esperienza ci costringe a fare. Il segreto in senso etimologico vuol dire anche questo: tenere al chiuso e ben nascosto qualche volta la parola che una volta pronuniciata  è una chiave per lo scrigno segreto. In un epoca in cui sembra che ciascuno racconti tutto di sè, senza remore, credo sia molto utile avere una sorta di bussola per capire meglio che cosa ci vien detto.

V.

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4 thoughts on “Se non ti perdi non puoi ritrovarti: Grosz e la storia che non si può raccontare

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  2. Molto bella questa recensione, qualche tempo fa leggevo un saggio di Carl. G. Jung sul rapporto tra psicoanalista (Jung era uno psichiatra) e paziente, lui analizza i sogni dei paziente e non solo. Questo libro mi sembra molto interessante è affascinante le varie tecniche d’approccio che i medici e in special modo i psicoanalisti hanno. Grazie della recensione.

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