Risparmio energetico

Cara Virginia, ecco un piccolo pensiero che era sparso e ora cerco di condurre in porto: se convertissimo l’energia sporca e inquinante del lamento in energia pulita e rinnovabile? Cioè se ci sforzassimo di smettere di concentrarci su tutto quello che non è come ce lo aspettavamo e pensassimo invece a quello che abbiamo oggi?

Un ficus molto simile a quello che oggi aveva una foglia nuova piena e una in gestazione

Un ficus molto simile a quello che oggi aveva una foglia nuova piena e una in gestazione

Oggi proprio, questa luce brillante e lucida di fine luglio, la natura nel suo massimo rigoglio anche nei parchettini di città. Una nuova foglia che è cresciuta al ficus, e una nuova per ora arrotolata su stessa, verde tenero, pronta per sfogliarsi: tutto con solo acqua e luce. Avere  un blog su cui scrivere i propri pensieri ed essere capaci di farlo (più o meno bene, agli ardui la postera sentenza, tanto per citarti). Avere una Virginia con cui scambiarsi i pensieri. Essere vivi, più basicamente.

Oggi il cielo è così, intenso e limpido

Oggi il cielo è così, intenso e limpido

Ma sai da dove mi arrivano questi pensieri? Da un pranzo che ho fatto ieri con una mia amica, in cui raccontandosi piccoli episodi di lavoro abbiamo notato come fossero costellati di lamenti, e soprattutto di lamentosi sempre e comunque. E lei mi ha detto: “Sai, avevo deciso di non lamentarmi per due mesi, e mi sono accorta di quanta energia si risparmia…”

Prendiamo questi due mesi della cara Rosanna come un assaggio e un buon proponimento.  Risparmiamo e riconvertiamo!

Cara A, mi piace il tema del risparmio: mi sembra un ritorno alla civiltà del non spreco, dell’attenzione alle cose e alle persone.

V.

Viva la libertà: Andò, Servillo e il doppio

viva_la_libertà_locandinaCara A., ho visto il film “Viva la libertà” all’arena estiva dell’Umanitaria, sotto un cielo di stelle (quelle poche che a Milano si posson vedere, ma ti assicuro che facevano la loro bella presenza). E che dire oltre quanto hanno già detto commentatori ben più autorevoli di me; bel film, film sul potere e sulla solitudine del potere, sulla difficoltà di essere leader in un paese come il nostro. E se nei commenti in rete trovi quanto avesse tentato di essere profetico, mettendo in luce tutti i limiti di una classe politica allo sbando più del paese stesso, io vorrei invece riflettere su un tema vecchio della commedia e della scrittura in generale. Quello del Doppio, l’altro da me eppure uguale. In questo film la bravura di Servillo si esprime al massimo grado, grazie alla mimica facciale perfettamete in grado di interpretare i due gemelli, quasi una versione moderna dei Dioscuri, Castore e Polluce. Totalmente diversi nell’approccio al mondo hanno in comune il disagio e la malattia, che per ciascuno ha avuto un effetto diverso, una spinta alla vita di misura opposta. Due eroi costretti a gestire ciascuno il futuro dell’altro, come nella migliore tradizione della commedia teatrale. Credo che in questo stia il senso di sollievo che ho sentito alla fine del film: le note iniziali dell’ouverture della Forza Del destino che il gemello ufficialmente pazzo accenna in più punti del film e la danza che utilizza come cifra di comunicazione mi hanno fatto riflettere ancora una volta sul cambiamento che ognuno di noi può fare. Non è più scandaloso avere in sè stessi più parti sconesse,  il vero atto eroico è accettarle tutte e coniugarle, o meglio declinarle.

V.

icona_audio_forza_del_destino_verdiAscolta l’ouverture delle Forza del Destino (durata 7 minuti)

Cara Virginia, sì, il film l’ho visto qualche tempo fa e mi era piaciuto. Merito di Servillo sicuramente, che come ci siamo dette a proposito di La grande bellezza, è un attore come non ce ne sono altri, un attore intorno al quale costruire il film, piuttosto che fare il casting per il film che hai in mente. E certo il tema del doppio è fondamentale, come rivela la locandina. Mi ricordo anche una certa commozione, nel vedere il lato che non si può far vedere dell’uomo di potere, e la lucidità del pazzo, la sua capacità di conquistare con l’autenticità che la follia gli autorizza.

E quanto al cambiamento di ognuno di noi, mi vien da dire in fondo è un puro riconoscimento di qualcosa che è sempre stato: ogni esperienza ci cambia, ogni minuto è diverso dal minuto successivo. Per l’essere poi ciasciuno di noi composto da tante parti, abbiamo invece dovuto fare la camminata dei gamberi: i filosofi greci che guardavano le stelle (e allora ne vedevano davvero tante) secondo me l’avevano capito. Però in mezzo ci sono state stratificazioni di civiltà, e mi sento di ringraziare Freud e Jung e tutti quelli che da loro son partiti per averci riportati alla verità di fondo.

A cui mi piace aggiungere una cosa: non basta accettarle, coniugarle e declinarle. Bisogna anche volergli bene. Che è un po’ eroico sì, ma soprattutto umano.

Gita in montagna con forbici

Cara Virginia, sabato sono andata a fare una gita con Trekking Italia all’Alpe Deleguaccio. Lo so, non l’hai mai sentita dire e io nemmeno, prima di andarci. Ma si chiama così per il ghiaccio che si scioglie e forma dei laghetti. E quando arrivi in cima, dopo una salita in un bosco denso di ogni tipo di alberi, tra cui tanti faggi (i cui frutti, in genere destinato ai maiali, si possono però ridurre in farina e mescolare, che so, ad altra farina per ottenere qualcosa di mangiabile – in caso disperato, si potrebbe trasportare laggiù il materasso acquistato a rate con lo sconto del 50%), sei su un alpe e guardi il mondo dall’alto, con la sua ricchezza di verdi e acque e vita, ed è bellissimo. Sull’alpe ci sono delle malghe abitate ancora durante l’estate, e c’era un’altalena, non di quelle di plastica dei nostri parchi ma di quelle di una volta di legno e corda, rivolta alla discesa: proprio come volare.

il punto di arrivo della nostra gita

il punto di arrivo della nostra gita

lago deleguaccio

uno dei laghi che si formano allo scioglimento dei ghiacchi

Ma la cosa più curiosa è che la gita partiva da Premana, paese noto per la produzione di coltelli e forbici. E tutti si preparavano al Gir di Mont del giorno dopo, gara di corsa in montagna di 32 km: nella vetrina di un negozio erano esposte in bella vista della targhe di legno con sopra delle forbici enormi, di almeno 30 centrimetri. In particolare mi ha colpito quella destinata alla prima classificata, acuminata e lucidissima, ideale per un thriller di ambientazione prealpina. Ora io essendo amica di una golfista di premi assurdi ho avuto modo di vederne parecchi, ma di così pericolosi mai. Sarà per questo che non se ne trova traccia in internet. E non avendoli io fotografati, metto un’innocente forbice con galletto a mo’ di monito.

forbici creative fabbricate a Premana

forbici creative fabbricate a Premana

Walking Antonia

Cara Antonia, il posto mi pare assai bello: peccato che non avrò modo mai di vederlo dal vivo, vista la mia scarsa prestanza fisica e soprattutto avversione alla montagna. Io sono più di mare come si evince dal mio amore per la Liguria e altre regioni che al mare si affacciano. Ma le forbici e l’estro dei cittadini di Premana mi incuriosiscono e un pò mi commuovono, oltre a zittirmi sulla capacità tutta artigiana di creare dalla materia, con il sapiente uso delle mani. Con un gioco di parole: giocano con il fuoco, ma ne traggono meraviglie. Quindi taccio sulle possibili trame di un thriller stile Psyco, tutto ambientato tra valle e monti e propongo un filmatino sulla lavorazione del ferro, questa volta a Spilimbergo.

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Vedi il filmato “ferragosto a Spilimbergo: dimostrazione della lavorazione del ferro”: durata 4,02minuti

V.

Invidia: la long list del Booker Prize

Manbooker longlist

Una bella composizione delle copertine della long list del Man Booker Prize

Cara Virginia, sfogliando il Guardian (sull’iPad, quindi parliamo di uno sfoglio virtuale, che preferisco di gran lunga, dato che trovo la carta di giornale insopportabile per le mani) sono capitata su un articolo che descriveva la long list del Man Booker Prize, come la più sperimentale e audace degli ultimi anni. Premesso che il Booker Prize è lo Strega dei britannici. Premesso anche che i britannici avevano un impero (anche noi, ma troppo tempo fa), che la loro lingua è la più parlata al mondo (forse ora è lo spagnolo, ma in termini di circolazione culturale, peso specifico, denaro associato e potere con ci sono paragoni), che ai sottoposti del loro impero hanno insegnato l’inglese, la long list è al 90% di libri di sconosciuti, provenienti dai luoghi più impronunciabili del mondo come lo Zimbawe, ed è quindi una scoperta nel senso più letterale del termine. Alcuni non sono ancora usciti, altrimenti li avrei comprati tutti.

la gallery delle copertine della long list sul Guardian

E hanno delle copertine così belle che comprerei le copie di carta, se non avessi già troppi libri, troppo poco tempo eccetera. Ma non mi farò mancare uno degli ebook della lista, per un’estate e un autunno di rigenerante lettura.

NoViolet Bulawayo, We Need New Names, la mia copertina preferita

NoViolet Bulawayo, We Need New Names, la mia copertina preferita

Tra le righe, ci puoi leggere un po’ di invidia. E la personale considerazione che la nostra letteratura, tra cui non mancano perle e anche zaffiri e rubini, soffra in questo momento della stessa paralisi mentale di cui soffrono le nostre istituzioni, molte nostre aziende e molti nostri connazionali.

Che questa lista sia di esempio di come, alla lunga e con fatica, il contributo di chi viene da una cultura diversa non è solo prezioso e vitale, ma l’unica condizione della sopravvivenza della specie.

Reading Antonia

Un altro insegna(mento) da Savona

eroine_resistenza

Cara Antonia, guarda che cosa ho scovato su una stradina di Savona. Un pò in disparte rispetto alle altre strade e al centro, tuttavia abbastanza vicino a quella piazza che a Savona chiamano DuBelin, nonostante sia dedicata ai caduti della seconda guerra mondiale. Ora devo dire che una targa così sintetica non l’avevo mai vista.  Mi ha fatto pensare ai vari racconti letti che descrivono  donne perfettamente abbigliate in gonne ingombranti che facevano da staffette e latrici di informazioni tra una postazione e l’altra  nelle maggiori città italiane nel periodo della Resistenza. Il tutto in bicicletta o a piedi, nascoste dietro l’apparente innocenza femminile che tanto della guerra non se ne occupavano se non facendo le operaie al posto degli uomini spediti al fronte. Se ne parla in Pane Nero di Miriam Mafai e in Vestivamo alla marinara di Susanna Agnelli.

Due tra i tanti libri ormai annegati nella memoria di quei fatti, di quelle vite che in una targa, senza nomi, diventa eroine: saran state talmente tante che far una targa per ciascuna avrebbe tolto targhe a illustri nomi maschili? Ah il peso della storia, non sapremo mai come gestirlo, in un paese bimillenario.

V.

Cara Virginia, Savona si rivela piena di risorse! Considerato che non è una città italiana famosa per le sue bellezze, a parte il mare, immagino cosa non si possa scovare in altre città, solo guardando con occhio attento e curioso e scevro da pregiudizi. Per qualche strana associazione mentale delle mie, le tue donne della resistenza mi hanno portato alla memoria un bel libro di Sebastian Faulks, Charlotte Gray (libro non ancora disponibile in italiano) da cui hanno tratto anche un film dallo stesso titolo, che racconta la partecipazione di una giovane donna scozzese alla resistenza francese e il difficile se non impossibile ritorno alla normalità, perchè l’adrenalina carica la vita di sogni e prospettive, e la realtà normale richiede attitudini diverse e per certi aspetti più difficili da sviluppare.

Thoughtful Antonia

Volendo e avendo tempo, qui c’è il film su YouTube

Teatro alla Scala: Un ballo in maschera sconcertante

Cara Virginia, mi sembra giusto raccontare ai nostri lettori la serata al Teatro alla Scala: una sorpresa per me, invitata così all’ultimo momento in un palco di quart’ordine – e mi fa sorridere che usiamo questa espressione per qualcosa di poco valore, quando quel palco era bellissimo – a vedere un’opera i cui non sapevo nulla.

ecco, il nostro palco era proprio così

ecco, il nostro palco era proprio così

Mi è piaciuto poter guardare i musicisti, e pensare come l’unicità dei talenti e delle doti si possa unire in un’armonia così bella come le note di apertura dell’opera. Mi è piaciuto che ci fosse un leggio dal quale seguire il cantato, che sarebbe stato altrimenti incomprensibile. E mi è piaciuta la messa in scena, che mi sembra giusto definire sconcertante, di questo verdiano Un ballo in maschera.

Ma sarà che sono molto ignorante in fatto di opera, sarà che non avevo aspettative su quello che andavo a vedere, ho guardato tutto con occhio pulito e curioso. E mi hanno colpito certe scene: la maga che ricordava vagamente Vanna Marchi, e il suo pubblico colorato, in contrasto con la cupezza degli scagnozzi del re Riccardo; il bambino che disegna mentre il padre minaccia la madre dicendo Tu muori!

La scena che mi ha ricordato Vanna Marchi

La scena che mi ha ricordato Vanna Marchi

So che questa messa in scena è stata molto criticata se non derisa, e si sentiva tra il pubblico una scarsezza di applausi accompagnata da un senso di perplessità. Io però non mi sono annoiata neppure un minuto, e sono molto contenta di averla vista.

la drammatica e cupa scena finale di Un ballo in maschera

la drammatica e cupa scena finale di Un ballo in maschera

Adesso è il tuo turno, cara Virginia…

Admiring Antonia

Cara Antonia, dacchè eravamo nello stesso palchetto, come dame di un’altra epoca, sai che sono daccordo con quanto scrivi. E sai anche che invece nello stesso palchetto c’era chi non era daccordo sull’approccio così poco tradizionale alla messa in scena, addirittura alla direzione della musica come ho letto anche in rete. Ma ci siamo divertite!  E’ stato divertente per me scoprire  il senso della rappresentazione cinematografica collegato al melodramma, che sembrerebbe sulla carta cozzare alquanto. Come a dire che anche il melodramma può essere riattualizzato e parlare la lingua dell’oggi, e nonostante le brutture della nostra epoca (pare che Verdi avesse detto così quando era stato costretto a risistemare il personaggio principale da aristocratico europeo a governatore statunitense), solleticare l’immaginazione. Insomma qualcosa mi è piaciuta, qualcosa meno, ma molto mi ha fatto pensare il senso del dovere dei personaggi, che vestiti modernamente e gestiti magari sopra le righe, parlavano – pardon- cantavano di patti di fedeltà tra amici e coniugi, fino a pagarne il fio, anche senza aver commesso l’aborrito tradimento dei patti precedenti.

Cosa non arriva nella posta elettronica

Cara Virginia, certo anche tu ti ricordi i tempi in cui la posta arrivava col postino nella cassetta delle lettere. Adesso arrivano solo le fatture e le minacce dell’Agenzia delle entrate. Ma ai tempi può darsi che anche le nostre mamme dicessero “ma guarda cosa non arriva nella posta”. Però è chiaro che data la facilità e il costo (apparentemente zero) della posta elettronica arriva davvero la qualunque.

Come sono belle le cassette della posta americane!

Come sono belle le cassette della posta americane!

Due mi hanno colpito particolarmente ieri:

Un’offerta materassi al 50% e in comode rate. Della serie se causa crisi devi trasferirti sotto un ponte, il materasso te lo puoi ancora permettere. E bisogna riconoscere che non è poco.

L’altra era un corso di Leadership creativa, organizzato anche quest’anno con la Brigata Paracadutisti della Folgore a Livorno, ma , e qui passa al tutto maiuscolo,  CON UNA VESTE COMPLETAMENTE DIVERSA. E se il contenuto del messaggio si commenta da solo, mi viene da pensare:  quando ogni tanto faccio quella battuta che sono cresciuta in una caserma di paracadutisti e quindi nessuno sforzo fisico mi fa paura, forse c’era qualcuno che origliava e prendeva nota?

Bewildered Antonia

Cara Antonia, siamo tracciati, non c’è dubbio! Dopo di che la domanda che mi sorge spontanea è: ma quale sarà mail LA VESTE COMPLETAMENTE DIVERSA che il corso propone. Anche la leadership creativa vive il suo momento di crisi :-).

V.

A proposito di shorts: non si vede bene che col cuore

Cara Virginia, non pensavo proprio che mi sarei occupata di shorts anch’io, soprattutto dopo tutte le stupidaggini che sono state dette in merito. Ma stamattina stavo venendo al lavoro e mentre ero in macchina attraversava la strada una ragazza in shorts. Era una ragazza normale, graziosa, semplice. Nessuna traccia di volgarità o provocazione.

Allora mi son detta, non bisogna tacere. Bisogna sottolineare che la volgarità e la provocazione non stanno nell’abbigliamento ma nel modo di porsi, e soprattutto stanno nell’animo. Quel luogo invisibile agli occhi ma tanto essenziale da dettare (non guidare, prorio dettare) i nostri comportamenti.

la conlusione del dialogo tra il piccolo principe e la volpe

Da Il piccolo principe di Antoine de Saint Exupéry, uno dei libri tuttora più letti al mondo: la conlusione del dialogo tra il piccolo principe e la volpe. Grazie a “le perle del cuore” per aver pubblicato tutto il dialogo, da cui ho preso la famosa frase.

Mi sono ricordata anche un’altra cosa: che da qualche estate la mia mamma e le sue amiche, signore molto avanti negli anni ma ancora attente al mondo che le circonda, dicono delle donne che incontrano: “sembrano tutte uscite in sottoveste”. Commento di straordinaria ricchezza lessicale e concettuale: la sottoveste era qualcosa che si metteva sotto e non esiste più; è diventata un modo di vestirsi, e sì, la televisione ha molto contribuito a farlo credere un modo di vestire appropriato dovunque (mentre possiamo concedere che sia appropriato alla televisione).

L’ultima cosa, infine, è che anche le suore non sono state immuni dalla concupiscenza maschile.

Dunque torniamo ai fondamentali e chiamiamo le cose con il loro nome. Se chi prova un desiderio o un bisogno lo riconosce come tale e come suo, forse possiamo cominciare ad avviarci sulla strada del rispetto dell’altro, chiunque sia, comunque sia vestito e qualunque sia il colore della sua pelle.

Ever pugnacious Antonia

La donna e il suo Foyer

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Attenzione: in cucina solo tacchi altri, in barba a qualsiasi regola di sicurezza

Cara Antonia, mentre ancora si agitano le polemiche sull’utilizzo della parola femminicidio e le varie discussioni sull’immagine della donna nella cultura italiana, ho deciso di rispolverare qualche immagine stampata negli anni 60  oltralpe. Come se nulla fosse accaduto negli anni ’70 e ’80, gli ultimi venti anni hanno a mio giudizio aperto uno varco spazio temporale: si ri-parla della donna come oggetto e non come soggetto; si ri- dice che la pubblicità italiana è sessista per la rappresentazione del corpo delle donne come merce denudata.

donna_tavola

La regina…della casa

Va di moda dire le peggio cose e dire che si è detta una battuta di spirito: cara Antonia prendi, se ti va, queste immagini come battute.

V

Cara Virginia, belle queste tue immagini stile Mad Men. Da un punto di vista estetico, questi foyer erano assai belli, sicuramente più invitanti di quattro salti in padella e consimili. D’altro canto era un mondo che stava riscoprendo l’estetica dopo tutto quello che la guerra aveva distrutto. Ora dal foyer stiamo retrocedendo al boudoir, e non me ne posso certo dire contenta. Ma un manipolo di lottatrici quotidiane, che non stanno zitte quando sentono dire “le donne siedono sulla loro fortuna” e ricordano a chi non vorrebbe che esistesse la parola “femminicidio” rispondono che se esiste, da circa duemila anni, la parola “uxoricidio“, vuol dire che il termine omicidio da solo non basta, ebbene quel manipolo c’è e io ne faccio parte. Con orgoglio. E ce la faremo.

Forever pugnacious, Antonia