Sapessi come è strano commuoversi a Milano

Cara Virginia, ti racconto un piccolo fatto di vita quotidiana. Ero in metrò, linea verde, orario intorno alle 14. In piedi. Vicino a me c’era una giovane donna incinta che raccontava ad una signora un po’ più grande di lei un progetto scolastico, sai quelle cose interdisciplinari che fanno ora in cui parti dai frutti di oggi e arrivi all’antico Egitto. Erano in piedi davanti a un ragazzino down. A un certo punto il ragazzino ha offerto alla donna incinta di sedersi (i baldi giovinotti e giovinette persi nei loro auricoloari naturalmente erano inchiodati alle loro sedie), e lei gli spiega che si sta preparando al concorso da insegnante, è molto nervosa e non riesce a stare seduta, e sta “ripetendo” alla madre la sua prova di esame. Il ragazzino, che quasi non parlava, le fa capire che vuole sapere se il bambino che ha in grembo è maschio o femmina. Lei dice maschio. Lui, sempre più a gesti che a parole, le chiede come lo chiamerà. Lei dice non so ancora, a me piace Christian ma a mio marito no (meno male, penso io…). E allora il ragazzino tira fuori da sotto la maglietta il suo cartellino di riconoscimento e fa vedere che lui si chiama Samuele.

La nostra metro

La nostra metro

Non so dirti che cosa mi ha commosso. Ho dovuto mettermi rapidamente gli occhiali da sole, e ho le lacrime anche adesso che lo scrivo. Ma sono felice di avere assistito a questo piccolo episodio di grandissima umanità.

Touched Antonia

Cara Antonia, della tua storia mi ha commosso il pensiero che le persone difficilmente e saltuariamente si prendono il tempo  per ascoltarsi. Forse commuove il fatto che  le persone possano parlarsi senza barriere, come segno della propria umanità, ma che per mille motivi sia questa un’ abitudine in via d’estinzione.

V.

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