Teatro alla Scala: Un ballo in maschera sconcertante

Cara Virginia, mi sembra giusto raccontare ai nostri lettori la serata al Teatro alla Scala: una sorpresa per me, invitata così all’ultimo momento in un palco di quart’ordine – e mi fa sorridere che usiamo questa espressione per qualcosa di poco valore, quando quel palco era bellissimo – a vedere un’opera i cui non sapevo nulla.

ecco, il nostro palco era proprio così

ecco, il nostro palco era proprio così

Mi è piaciuto poter guardare i musicisti, e pensare come l’unicità dei talenti e delle doti si possa unire in un’armonia così bella come le note di apertura dell’opera. Mi è piaciuto che ci fosse un leggio dal quale seguire il cantato, che sarebbe stato altrimenti incomprensibile. E mi è piaciuta la messa in scena, che mi sembra giusto definire sconcertante, di questo verdiano Un ballo in maschera.

Ma sarà che sono molto ignorante in fatto di opera, sarà che non avevo aspettative su quello che andavo a vedere, ho guardato tutto con occhio pulito e curioso. E mi hanno colpito certe scene: la maga che ricordava vagamente Vanna Marchi, e il suo pubblico colorato, in contrasto con la cupezza degli scagnozzi del re Riccardo; il bambino che disegna mentre il padre minaccia la madre dicendo Tu muori!

La scena che mi ha ricordato Vanna Marchi

La scena che mi ha ricordato Vanna Marchi

So che questa messa in scena è stata molto criticata se non derisa, e si sentiva tra il pubblico una scarsezza di applausi accompagnata da un senso di perplessità. Io però non mi sono annoiata neppure un minuto, e sono molto contenta di averla vista.

la drammatica e cupa scena finale di Un ballo in maschera

la drammatica e cupa scena finale di Un ballo in maschera

Adesso è il tuo turno, cara Virginia…

Admiring Antonia

Cara Antonia, dacchè eravamo nello stesso palchetto, come dame di un’altra epoca, sai che sono daccordo con quanto scrivi. E sai anche che invece nello stesso palchetto c’era chi non era daccordo sull’approccio così poco tradizionale alla messa in scena, addirittura alla direzione della musica come ho letto anche in rete. Ma ci siamo divertite!  E’ stato divertente per me scoprire  il senso della rappresentazione cinematografica collegato al melodramma, che sembrerebbe sulla carta cozzare alquanto. Come a dire che anche il melodramma può essere riattualizzato e parlare la lingua dell’oggi, e nonostante le brutture della nostra epoca (pare che Verdi avesse detto così quando era stato costretto a risistemare il personaggio principale da aristocratico europeo a governatore statunitense), solleticare l’immaginazione. Insomma qualcosa mi è piaciuta, qualcosa meno, ma molto mi ha fatto pensare il senso del dovere dei personaggi, che vestiti modernamente e gestiti magari sopra le righe, parlavano – pardon- cantavano di patti di fedeltà tra amici e coniugi, fino a pagarne il fio, anche senza aver commesso l’aborrito tradimento dei patti precedenti.

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