Riflessioni dalle vacanze: la banalità (del bene e del male)

Cara Virginia, eccoci rientate entrambe alla base. Pensavo alla banalità, stamattina. Questa parola che sembra farci orrore. Eppure: al ritorno dalle vacanze, se nessuno, banalmente, ci chiedesse dove siamo stati e come siamo stati, ci sentiremmo trascurati; se nessuno commentasse le abbronzature, i visi distesi, il gioiello esotico o un foulard nuovo, ci sembrerebbe di passare inosservati; se qualcuno dei nostri amici o colleghi non dicesse “si sta meglio in vacanza”, oppure “non sono ancora tornato con la testa”, o anche “meno male che fra poco è Natale”, ci sembrerebbero tutti snob. Evviva la banalità!

I gabbiani raccolti sul tetto di una casa sul mare

I gabbiani raccolti sul tetto di una casa sul mare

E poi ho pensato ad un’altra banalità, quella stracitata di Hannah Arendt, la banalità del male. Non ho letto l’intero libro ma solo citazioni e riferimenti in abbondanza. Dunque non mi posso permettere una critica, ma un’osservazione che mi è venuta spontanea: il male sarà anche banale nel senso che lo può fare chiunque, ti può arrivare da dovunque, e viene compiuto con indifferenza. Ma il male che ti arriva, o il male che senti arrivare ad altri, quello non è mai banale. E’ anzi sempre molto specifico, molto preciso.

Per fortuna, lo stesso si può dire del bene. Che può sembrare anche lui banale, spesso così banale che nessun media se ne occuperebbe. Ma che arriva altrettanto preciso e incontrovertibile.

Mamma mia che pesantezza per un ritorno dalle vacanze. Vuoi dargli un’alleggerita tu?

Antonia is a bore?

Cara Piuma Antonia, ci provo a essere piuma! E faccio l’ironica (qualcuno ha detto che l’ironia è un modo per dire la verità, mentendo): il libro di Hannah Arendt aveva una conclusione tremenda; il male, che un tempo, nella cultura occidentale, era frutto del Diavolo, era divenuto frutto delle azioni di meri tecnici, esecutori di ordini, che avevano eliso la propria coscienza. Il Diavolo come essere affascinante, in grado di ribaltare l’ordine delle cose, avrebbe dato un alone di maggior mistero al male compiuto: in fondo il patto per la perdita dell’anima in cambio di un altro bene è una transazione e come tale una scelta, una sorta di scambio. Il male per il male è assai più noioso, manca di fantasia ed è forse questo che lo rende un atto più pericoloso, meno rispettoso di chi è costretto a subirlo. E tanto per essere manichea, direi che lo stesso vale per il bene; se continuiamo a pensare a queste due categorie, mi vien da pensare che non l’abbiamo ancora risolto il peso: il male ci fa male e il bene ci fa bene, qualsiasi cosa questo voglia dire. Un bel corso di formazione sulla gestione del Bene e del Male, potrebbe aiutare? Visto che l’intera vita e le letture ancora poco risolvono?

Banalmente, come sono andate le tue vacanze?

La piuma Virginia

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