C’è un pò un maiale. Un racconto di Jacopo Milesi

Cara Antonia, era un pò di tempo che usavi un’intercalare che non capivo. Ogni tanto nel bel mezzo della conversazione spuntava la frase “Eh, c’è un pò un maiale”. Poi mi hai raccontato che è un’espressione di Jacopo Milesi che è diventato un modo di dire tra te e alcuni tuoi colleghi. Quindi abbiamo convinto  Jacopo a raccontarla la storia, Jacopo che i nostri amici hanno ascoltato grazie all’assaggio delle doti musicali del gruppo Woody Gispsy Band. In quel caso suonava con i suoi amici, qui ci racconta la storia di una frase che è diventata un modo di dire, un’iperbole sulle cose che ci stupiscono e di cui non sappiamo molto….ascoltatela per capirne di più.

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Ascoltate la storia  “C’è un pò un maiale” di Jacopo Milesi

 

La Woody Gipsy Band con un maiale portafortuna

La Woody Gipsy Band con un maiale portafortuna

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Mantova Festivaletteratura: post in contumacia 3, la scuola secondo Affinati

Cara Virginia, eccomi ad un’altra, ma forse ultima, puntata sul Festivaletteratura di Mantova. Qui parliamo di scuola, partendo dal libro Elogio del ripetente di Eraldo Affinati. Un titolo che dice tutto, in un certo senso, ma apre anche porte che in genere si preferisce non aprire. Affinati resta lo stesso sia che si trovi intorno ad un tavolo con quattro blogger, sia dietro ai microfoni di Farenheit, sia davanti a 300 persone nel cortile di un palazzo storico di Mantova.

Eraldo Affinati durante l'incontro con i blogger Jacopo Cirillo di Finzioni, Patrizia La Dagadi Le ultime 20, Claudia Consoli di Critica Letteraria e Laura Pezzino di Bookfool

Eraldo Affinati durante l’incontro con i blogger Jacopo Cirillo di Finzioni, Patrizia La Daga di Le ultime 20, Claudia Consoli di Critica Letteraria e Laura Pezzino di Bookfool

E’ sempre preciso, accurato ma anche caldo e appassionato. Qui sotto trovate delle citazioni limpidissime raccolte su Twitter.

tweet su Affinati

Si vede che le cose che racconta le ha vissute tutte e non si è risparmiato. Si vede che ad una scuola diversa, in cui ci sia un tablet per tutti, in cui si leggano i libri e non i commenti ai libri, in cui chi fa lo sforzo titanico di uscire da un contesto disagiato (per usare un eufemismo) non va confuso con chi ha la scuola in casa, non solo ci crede ma ci lavora davvero, tutti i giorni, con le sue possibilità (e tu sai, Virginia, che io credo molto nelle possibilità di ognuno di noi di produrre dei cambiamenti) e con la sua energia (che sembra inesauribile). Ci sono echi di Don Milani, certo, ma mi è piaciuta molto la convinzione che i libri, la letteratura, servono soprattutto a quelli che ne sono più lontani: i ripetenti per esempio.

Admiring Antonia

Mantova Festivaletteratura: post in contumacia 2, i fan del fantasy

Cara Virginia, alle volte bisogna arrendersi all’evidenza. Io non sono una lettrice di fantasy, faccio fatica ad appassionarmi al genere, ma sono felicemente sorpresa di fronte alla folla di lettori che ha devotamente accolto Terry Brooks a Mantova.

Terry Brooks ha firmato circa 150 libri

Terry Brooks ha firmato circa 150 libri

La cosa bella non era soltanto la paziente attesa del proprio turno, la stretta di mano, la foto, ma il vedere ricomparire vecchie edizioni, persone che si sono portate dietro il primo libro di Terry, che spesso è stato il primo libro che hanno letto in assoluto. Anche i blogger (tra cui il gestore del sito italiano The Blue Divide Andrea Mastrangelo) che hanno incontrato Terry Brooks il giorno dopo e hanno avuto modo di chiacchierare con lui anche della serie TV che prossimamente verrà tratta dai suoi libri, anche loro raccontavano come Brooks gli abbia fatto scoprire la lettura. Al punto che Terry ridendo ha detto “Non sono responsabile di aver creato i fan del fantasy”!

Brooks e Blogger

La pagina di FB con le foto dei blogger con Terry Brooks

Ecco qui sopra, cara Virginia, una bella collezione di foto postate su Facebook, che testimoniano l’atmosfera rilassata dell’incontro. E qui si vede anche l’animo di un autore: non importa quante copie hai venduto, ogni lettore è unico e inimitabile…

Yours Antonia

Mantova Festivaletteratura: post in contumacia 1, ovvero nonna blogger in trasferta

Cara Virginia, ecco una nuova serie di post in contumacia, questa volta dal Festivaletteratura di Mantova. Istituzione ormai ventennale, non si poteva mancare.

Un'immagine di Mantova con un tendone per gli eventi di Festivaletteratura

Un’immagine di Mantova con un tendone per gli eventi di Festivaletteratura

E poi come sai ho partecipato a Blogger vs Blogger organizzato da Finzioni. Confesso che mi sentivo un po’ una nonna blogger, visto che erano tutti giovanissimi. Ma è questo il bello della rete, ti dico proprio da nonna, che questi ragazzi hanno uno strumento potente e duttile e aperto tra le mani, e ne fanno gran uso. Infatti con me c’erano La Balena Bianca, Con altri mezzi, Pool Magazine, Ventiseibarrato, El Aleph, Lahar Magazine, Parole e dintorni, Inutile e ovviamente Finzioni. Non ricordandomi tutti i nomi rimando ai blog o siti o webzine, perché molti dei presenti erano blog collettivi o webzine, alcuni addirittura riviste letterarie in carta. Così sono tornata a casa con tante cose da leggere, che si sommano ai libri comprati e a quelli accumulati e insomma è un processo infinito, ma questo lo sapevi. Ed è stato diverente, per questo clima irriverente che Finzioni ha portato nel mondo dei libri: i libri li abbiamo messi sulla bilancia, le morali le abbiamo twittate, la gara di ignoranza non aveva un vincitore. E poi c’era 20 lines, bella idea di incipit di 20 righe che chiunque può continuare, fino a creare una storia collettiva.

Eccoti ed eccovi a tutti gli amici un post pieno di link, e quindi di idee e spunti per tutti. Quanto alla cronaca mantovana, continua domani. Non aspettatevi tortelli e cappone, perché con 30 gradi e l’80% di umidità (che in loco è comunque standard) non ci se la può proprio fare!

Antonia back from Mantua

Cara Antonia, aspetto in trepidante attesa i racconti della contumacia intanto. Poi da quanto dici mi pare che fermento ci sia stato e ci sia anche nel mondo dell’editoria che si avvicina alla rete. Come tu sai, lo dico ai nostri amici, io amo la circolazione delle idee e secondo me non ce n’è mai abbastanza. Quindi, blogger di tutto il mondo, uniamoci!!!!

La comunicazione: dipende dai loghi

servi in tutto il mondo

Una scritta senza logo

Cara Antonia, oggi porto questa simpatica insegna. Ovviamente è un gioco di immaginazione: appositamente non ho fotografato il logo che accompagna la frase – il claim direbbero i pubblicitari. Il motivo è semplice: leggendolo così, astratto dal suo contesto ha tutto un altro significato. Mi sono immaginata la triste realtà di lavoratori e cittadini costretti alla schiavitù, sebbene teoricamente cancellata da qualche decennio di lotte e proclami supportati dalla fratellanza universale. Tant’è; l’effetto che ne esce è un’esortazione a metà: Servi in tutto il mondo, unitevi? liberatevi? insomma che devon fare? Tutto per dire: attenzione alle traduzioni troppo letterali.

ps: se riconosci il motto, svela la compagnia che la usa. Chissà se qualcuno dei nostri amici ha voglia di svelare il mistero.

Virginia

Cara Virginia, mi sa che ci ha messo lo zampino anche la qualità dell’esecuzione: quella t che era fondamentale, perchè da servi ci/li/vi trasformava in serviti, se l’è portata via la pioggia o il sole o tutti e due! Come se la realtà si prendesse la rivincita sugli sforzi di apparire quello che non si è, e sulla frenesia del risparmio che ha preso le aziende negli ultimi tempi…  E’ interessante però come l’effetto sia andato al di là di quello voluto: l’azienda, di cui mantengo l’anonimato anche se è facile intuire chi potrebbe essere, è finita pure sul nostro blog!

Blogger vs Blogger

Blogger vs Blogger

Che, ricordiamo a tutti gli amici, stasera sarà a Mantova al Festivaletteratura, ospite e sfidante di Blogger vs Blogger. Con una piuma sola, è vero, ma mai spiumato!

Communicating Antonia

A Royal Affair: un film illuminista

Cara Virginia, non so se ancora abbiamo parlato di illuminismo ma me ne viene l’occasione dal film che ho visto ieri, A Royal Affair.

royal affair

La locandina del film A royal affair

L’affair del titolo c’è, ma quello che mi ha colpito e che mi piace raccontarti è la forza poderosa delle idee, in particolare di quelle illuministe, e di come si sono fatte strada per arrivare fino a noi come fatti scontati, diritti acquisiti, concetti scontati. Nel film un medico tedesco viene chiamato alla corte di Danimarca, in cui regna un sovrano superficiale, inadeguato e infelice, sposato con una giovane inglese altrettanto infelice ma molto meno superficiale e decisamente interessata alla cultura e al progresso (anche per il fatto di essere inglese). La Danimarca che noi oggi conosciamo come paese evoluto e liberale era un piccolo regno cattolico, bigotto, medioevale pur essendo nel 1700. Il medico porta i suoi libri di Voltaire e Rousseau le sue idee illuministe, ne convince il re Christian e poi pian piano, tra vicende complicate e anche drammatiche, queste idee trovano la loro realizzazione nel figlio Frederick, che regna per 50 anni e ha tempo, modo e testa per costruire un regno illuminato, anche dal benessere.

Una lezione di storia, se vogliamo, ma soprattutto il confortante pensiero che le idee, se sono buone, se fanno bene, hanno la forza per farsi strada. Il progresso non è un’illusione. E’ un processo e non è nè lineare nè indolore. Ma vale la pena. Tu che ne pensi, Virginia?

Antonia at the movies

Cara Antonia, altri amici e amiche mi avevan parlato di questo film, come di un film ben fatto, piacevole e anche stimolante. Il titolo ammiccante supera brillantemente il gossip a quanto pare. E se oltre ad essere una lezione di storia come dici tu è anche un modo per tornare a stimolare le idee e la loro forza, direi che per prima cosa andrei a vederlo. Avere idee e renderle forti è un esercizio di intelligenza a mio avviso; oltre che di tenacia. Come si faccia a sapere che poi son buone o fanno del bene, questo è un altro esercizio. Sicuro che senza pensiero non di va da nessuna parte: pratico o teoretico che sia, mi dicono che ci distinguiamo dagli animali per il pensiero e l’esercizio che è frutto dell’evoluzione. Processo si, e qualche volta a corrente alternata. Dubito ergo sum…tanto per rimanere in tema!

Virginia

Le deviazioni

ciabatte_striscie

Le ciabatte opposte

Cara Antonia, le ciabatte  ritratte nell’immagine campeggiavano essattamente nel modo che vedi su sbiadite strisce pedonali. Non ho resistito: ho dovuto fotografarle. In realtà mentre lo facevo la mia mente era attraversata da molti interrogativi, tra i più banali: perchè sono disposte l’una all’opposto dell’altra? ma non passano a pulire questa strada?  il più inquietante: dove sono i piedi e il proprietario di queste ciabatte? Mi capita spesso girando in città di vedere scarpe abbandonate (ho visto anche i relativi calzini se è per questo) e tutte le volte la domanda su chi sia stato l’uomo o la donna a liberarsi di quelle scarpe si affaccia subitanea alla mente. La risposta, la lascio andare per codardia, visto che perdere le scarpe secondo me non è mai un buon segno. La perdita indica almeno la fretta, se non l’eccessiva distrazione del proprietario. Questa volta tuttavia le scarpe disposte in opposte direzioni mi hanno fatto sorridere: e il pensiero che una sola persona possa fare nella propria vita molte deviazioni mi sembra ben rappresentato dalle due ciabatte che vanno ordinatamente ciascuna nel senso opposto. Come diceva E.M. Foster, la vita è disseminata di cartelli indicatori che  non vanno da nessuna parte. Che ne dici, cara Antonia?

Cara Virginia, mi prendi a tradimento e mi proponi due temi contemporanemente!

La foto è bellissima e inquietante: penso a un funambolo che si è alzato in volo e ha lasciato i vincoli terreni; penso a un burlone che voleva disfarsi delle brutte ciabatte (perché diciamo la verità, la disposizione è artistica ma la ciabatta in sè bruttarella) e le ha disposte in bell’ordine; ma penso anche, come te, che lasciare le scarpe non sia mai un buon segno. Ti ricordi il film Paris Texas di Wim Wenders? Quando il protagonista mette in fila le scarpe e le pulisce, ed è il segno del suo ritorno al mondo? Non a caso si dice stare con i piedi per terra, e da quando non siam più nella foresta i piedi stanno nelle scarpe.

E poi ci sono le deviazioni. Tante sono anche senza cartelli indicatori. E tante portano da qualche parte. Magari non dove pensavi di andare. C’è il bel libro Il viaggiatore del secolo del nostro amico Andrés Neuman, che sto leggendo in questi giorni e che nel suo universo vero/non vero ci mette centinaia di deviazioni che ritornano su se stesse… beh, cara Virginia, è un tema troppo grande per un solo post, ci dobbiamo ritornare. Invitiamo anche i lettori a postare le loro idee?

L’acqua e il racconto: le cose fondamentali della vita

Cara Virginia, inizialmente questo post doveva far parte della serie gite in montagna, e chiamarsi Gita in montagna con insegnamento spontaneo e nocciole. Poi il titolo era troppo lungo, e il cuore del racconto non stava lì.

La gita, di cui come sempre ringrazio Trekking Italia per l’organizzazione, si è svolta in modo tranquillo e culturale: salita al Monte Megna con avvistamento di nocciole, non ancora commestibili purtroppo, visita della bella chiesa romanica di Sant’Alessandro a Lasnigo, che ha recuperato la torre di avvistamento trasformandola in campanile, ha degli interessanti affreschi e un fantastico soffitto di legno.

Ma la cosa che più mi ha colpito è stata un’altra:  il racconto di Carmelo, il chiudigruppo, che è andato al Festival Internazionale di narrazione di Arzo in Svizzera. La prima cosa è stato pensare “quanto siamo ignoranti, abbiamo una sezione del blog dedicata alle storie da raccontare e non riusciamo nemmeno a sapere che dietro l’angolo ci fanno un festival, sulla narrazione”. La seconda è stato chiedersi perché,  tra tutti i paesi del mondo e tra tutti quelli che fanno vanto della loro tradizione orale, il festival della narrazione si svolga in Svizzera, nel Canton Ticino. Chapeau agli svizzeri, comunque. La terza è stato ascoltare quello che Carmelo ha raccontato: che aveva trovato una donna che si stava preparando alla sua narrazione, e le aveva offerto dell’acqua; la signora l’aveva accettata, bevuta tutta d’un fiato; l’aveva ringraziato e poi gli aveva sorriso dal palco. E lui ha concluso: abbiamo fatto incontrare l’acqua e le storie, le due cose fondamentali della vita.

Antonia si è commossa, cara Virginia, e ha pensato che questo doveva essere il succo del post. Però aggiunge la foto delle nocciole, che si è portata in tasca fino a Milano.

Alcune nocciole acerbe raccolte lungo il sentiero nel bosco

Alcune nocciole acerbe raccolte lungo il sentiero nel bosco

Amazed Antonia

Cara Antonia, la prima conclusione che mi viene in mente è: se ti metti in viaggio l’acqua, forse più che il pane è necessario. E se di viaggio parli, una storia o tante che siano, sono necessarie. Avevo sentito parlare degli Storyteller quasi quindici anni fa da una mia amica canadese e all’epoca mi era sembrato un vezzo, una delle tante derive della New Age che a quell’epoca imperversava, con adepti e critici. Poi ho saputo che quella mia amica ne ha fatto una vera professione: aveva un bisogno a cui rispondere. All’epoca le sue figlie erano piccole e la sollecitavano continuamente a raccontare una storia, la favoletta che anch’io amavo da piccola e che ho avuto la fortuna di ascoltare dalla voce di mia nonna. La mia amica ha avuto fortuna in questo: ha imparato a raccontare storie, ha imparato a cercarle e ha girato diversi paese come storyteller. Mi aveva detto lei che c’erano festival in giro  per il mondo, in Europa soprattutto, ad Edimburgo, ma anche in Francia e in Italia. Ho digitato il termine in Google e il motore mi ha detto, con la sua solita asettica solerzia  che per quel termine risultano circa 12.400.000 risultati. Dalle modalità di Google deduco che c’è sempre uno stile personale nel fare ogni cosa, in senso generale  deduco che raccontare LE storie (da non omettere mai l’articolo) è fondamentale per la vita, come l’acqua.

Virginia

Un giallo in sordina

Il libro L'ultima mossa, di Roberto Volpi

Il libro L’ultima mossa, di Roberto Volpi

Cara Virginia, oggi ti voglio raccontare di un libro. Sì, lo so, dirai oh un altro libro. Ma lo sapevi fin dall’inizio, che ce ne sarebbero stati tanti, di libri, nelle nostre conversazioni. Ma senti questo. Roberto Volpi è uno statistico. Uno di quelli bravi e intelligenti, che sanno “leggere” i numeri: non li usano per farsi confermare quello che già pensavano, ma per scoprire qualche cosa che all’occhio nudo sfugge (ricordiamo che come dice la volpe nel Piccolo principe, “l’essenziale è invisibile agli occhi”). L’ho conosciuto ai tempi de La fine della famiglia e poi di……. Molti lo conoscono invece per un bellissimo libro sui bambini… Dato che Roberto abita a Pisa, ci siamo incontrati a Pietrasanta, in giugno quando c’era Anteprime Ti racconto il mio prossimo libro. E mi ha regalato un altro suo libro. Un romanzo. Un giallo. E sai come succede quando traffichi da sempre di libri, che diffidi dei saggisti che scrivono romanzi e di romanzieriche scrivono saggi, che insomma diventi una che viaggia per categorie. Così qualche giorno dopo aver ricevuto L’ultima mossa (Passigli), mi sono messa a leggerlo.

monti pisani

I monti pisani

Lo devo confessare, anche a Roberto che so che leggerà, con una certa diffidenza. Che però si è dissipata alle prime pagine. La storia mi ha riportato nei luoghi della mia infanzia e adolescenza, intorno a Pisa; mi ha riportato in un tempo passato che non conoscevo; mi ha condotto al finale che è coerente e sapiente come il resto del libro. Lo stile ha qualcosa di retrò, ma anche la storia è retrò e quindi è giusto. Ho dato il libro a mia mamma, come quasi sempre faccio con qualcosa che mi piace, e lei mi ha detto “Sai che è proprio bello quel libro?”. E ti assicuro che non lo dice di tutti i libri che le passo.

E così adesso ne scrivo a te. E ringrazio Roberto per averci regalato una piccola storia intensa e interessante. E naturalmente anche l’editore Passigli per averlo pubblicato.

Reading Antonia

Cara Antonia, di questo libro mi ha colpito il senso del mistero: sì,  perchè il delitto che ogni giallo come si deve in realtà ha al centro, in questo caso è il disvelamento di un segreto, quindi di un mistero. Uno di quei misteri che la storia, la guerra in questo caso, quando tocca da vicino gli umani sigilla con la morte dei protagonisti,  e lascia in eredità a curiosi, purchè discreti e rispettosi. Il vicequestore Franceschini si ritrova a dipanare un mistero fondato su questo: una storia del passato che continua a  pesare, anche a distanza di anni, sulla vita di tutti i protagonisti e comprimari.  Solo per una sorta di “deviazione” dall’ordinario scorrere degli eventi l’indagine porta alla luce, come uno scavo archeologico, resti e reperti: la sparizione del professor Ludovici denunciata dalla figlia, che nella storia sembra conoscere pochissimo il padre, dà l’avvio alla trama. Ma come in tutti i misteri degni di questo nome, i diversi attori sono latori di un piccolo  pezzo della storia, e il vero iniziato alla fine è il vicequestore, che riceve in dono una fotografia per poter continuare a ricordare e proseguire l’atto d’amore di tutti gli attori della storia per la stessa donna. Un testo tenero e delicato: l’autore usa il bulino come un delicato scultore e ci regala ritratti di uomini e donne di altri tempi, senza temere di mettere in luce la violenza e l’orrore che la guerra porta con sè.

Virginia