Una crisi di lunga durata

Sì, si può parlare della crisi economica e delle possibili soluzioni in un solo post. Con chiarezza e lucidità.
Mi fa quindi molto piacere, cara Virginia, ribloggare questo post di Keynes blog ai nostri amici e lettori

Keynes blog

05062012_economy_snail_article

di Nicola Melloni*

La crisi non è finita, lo sappiamo bene in Italia con l’economia in recessione e la disoccupazione in aumento. Il resto dell’Europa meridionale non è messa molto meglio mentre Germania e Stati Uniti sembrano essere usciti dal momento peggiore, almeno se si guardano gli indicatori macroeconomici più classici, come crescita e disoccupazione.

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Raglio d’asino non sale al cielo ovvero pensieri internettiani

Cara Virginia, stamattina mentre andavo al lavoro e pensavo dei pensieri sparsi, pensavo anche a quanto la rete rappresenta la realtà.

Realtà, internet

Realtà, internet

Banale, vero? Ma neanche tanto. Perché in realtà le aspettative della gente rispetto alle rete sono tutt’altro. Sono che cambi il mondo, o almeno che lo migliori. Che realizzi la democrazia che in più di 2.000 anni non siamo riusciti a realizzare, tanto per dirne una. E come si stupiscono che questo non avvenga, così si scandalizzano per le brutte cose che la gente mette in rete, la cattiveria con cui commenta le notizie, le battute volgari, le parolacce, le stupidaggini, le polemiche fine a se stesse. Come se queste cose nella vita reale la gente non le facesse.

Ma li incontriamo tutti i giorni i maligni, gli invidiosi, gli stupidi, tutti con mamme sempre incinte e niente cerotti sulla bocca. E allora qualcuno propone i filtri.

E io, nonostante sia orripilata ogni volta che vedo una bruttura e nonostante sia rattristata ogni volta che vedo un’idiozia, sono MOLTO contraria ai filtri. Primo perchè mi ricordano il principio della censura. Chi filtra chi? Chi decide che cosa è giusto che stia in rete e che cosa no? E poi perché appunto, la realtà è quella che è. Mia mamma aveva una bella espressione, anche se un po’ cattolica: raglio d’asino non sale al cielo. E credo che valga anche per internet!

Very democratic Antonia

Lavorare stanca, ma pure non lavorare

Nuove specializzazioni

Nuove specializzazioni

Cara Antonia, oggi ti porto una riflessione leggera leggera, come un macigno.
Parlavo in questi giorni, con persone diverse,  della necessità di reinventarsi costantemente un’identità professionale. Prima era la rivoluzione digitale a proiettare in avanti chi aveva resistenze culturali o curricolari. Poi è arrivata la crisi economica a costringere  molte persone, donne e uomini a vacanze forzate dal lavoro  (quando ce lo si può permettere) o a riflessioni altrettanto forzate sulla vecchia massima: si chiude una porta, si apre un portone. Ma difficile capire per chi sia l’opportunità.  I dati certi della disoccupazione in Italia, e allargherei all’Europa, sono troppo pericolosi a mio avviso per essere divulgati e non son deputata a fornirne: quindi poco rigorosamente mi baso sull’esperienza che ognuno di noi fa della prossimità circa chi ha perso il lavoro o sta per perderlo. E i numeri crescono, come aumenta il numero di esercizi commerciali che anche in una grande città come Milano chiudono. Certo l’aria è pesante e quindi? Siamo alla decadenza dell’Impero e dell’Occidente insieme?  O forse il lavoro, come  realizzazione di un quid economico ha perso ogni significato, avendo difficilmente e solo per pochi risposto a motivazioni più profonde di realizzazione di sè. Dunque bisogna ritornare al baratto?

Trovo molto strano che tutto ciò accada in un momento tecnologicamente avanzato e dotato di miriadi di strumenti per esprimersi come non mai: mettersi a nudo oggi è l’azione più facile ed economica; basta la tastiera e la connessione ad Internet. Ma che cosa questo produca di monetizzabile, fatti salvi gli addetti ai lavori è difficile da individuare. Non ho una risposta, ma una lunga domanda composta di micro dubbi. E tu che cosa ne pensi?

V.

Cara Virginia, tocchi un tasto dolente e da cui escono domande e nessuna risposta.

Neppure io conosco i dati della disoccupazione, ma certo è facile immaginare che il moltiplicatore dell’economia, quello per cui i 10 euro che spendo passando di mano in mano ne creano 15 e poi 30 e via in modo più o meno esponenziale, funzioni anche nell’altro senso: meno soldi circolano meno ne circoleranno. E questo è il nodo che Keynes aveva affrontato teoricamente e Roosvelt praticamente nel 1929, con il famoso “fategli scavare delle buche ma fateli lavorare e pagateli per quello”. Ci sarà qualcuno che ha il coraggio di farlo?

Voglio però dire che l’immagine che hai messo in apertura mi irrita. Mi irrita il demagogismo che ci sta dietro, lo slogan che semplifica, fa effetto, fa anche la rima ma non spiega nulla e non dice nulla. Dietro a molti di questi slogan ci sta una pretesa: che siccome ho studiato ho diritto a un lavoro, che ho diritto a stare meglio dei miei genitori, che ho diritto ad avere una vita sicura, tranquilla, con un reddito che cresce costantemente. Io non credo che si abbia diritto a queste cose. Si ha diritto ad essere pagati per il lavoro che si fa. Si ha diritto ad avere l’opportunità di studiare. Si ha diritto ad essere curati quando si è malati, indipendentemente dal reddito. Si ha diritto al salario di disoccupazione se si è perso il lavoro. Dopo di che ci si prende in carico la propria vita. Ogni mattina. Tenendo conto che il mondo fuori da noi non è al nostro servizio, ma è il contesto in cui ci muoviamo. Se in mare scoppia una tempesta, hai voglia di arrabbiarti perchè non la volevi! Forse è meglio che ti rimbocchi le maniche, tiri giù le vele e ti appresti ad affrontarla.

Mi fai venire in mente un’altra cosa: il libro di Michele Serra, Gli sdraiati, che è in cima alle classifiche e ha scavalcato anche Fabio Volo. Io non l’ho ancora letto, ma so che parla di adolescenti e il titolo è illuminante, nella sua tristezza. Se finalmente ci alzassimo tutti in piedi? Per fare qualcosa, dopo aver protestato?

Politically incorrect Antonia

Cara A.,

L’immagine infatti voleva essere un pò provocatoria: a mio avviso il problema attuale è non il lavoro per, ma il lavoro. Punto.

V.

Perché mi piace Cathleen Schine

Cara Virginia, torno a parlarti di libri. Non ne puoi più?

La copertina di Che ragazza!

La copertina di Che ragazza!

Ho appena finito Che ragazza! di Cathleen Schine. Non se te la ricordi, lei è diventata famosa per quel libro La lettera d’amore.

La lettera d'amore

La lettera d’amore

Sono passati un bel po’ di anni, e le lettere, intendo quelle di carta, sono diventate ancora più rare e desuete di quanto non fossero allora. Ma il libro mi è rimasto impresso, pur avendogli allora trovato parecchi difetti. E Cathleen Schine ha giustamente continuato a scrivere. Io ho letto dei brani qua e là, e poi mi sono presa il suo ultimo libro, che aveva una fresca copertina con una ragazza che ride in un guscio rosa (che nella foto non si vede) e un non so che di attraente. E ho ritrovato la stessa leggerezza che mi ricordo nella Lettera d’amore. E’ un libro che ha per protagonista un ragazzo orfano, e morti, complicazioni, abbandoni e amori non corrisposti abbondano. Ma la tragedia resta fuori. Penso che resti fuori per come la storia è raccontata, per il filo di ironia che la percorre, per i personaggi che sono speciali e vagamente incredibili. Ma è una storia a cui mi è venuta voglia di tornare, sera dopo sera, in una lettura lenta, spezzettata (ché di questi tempi va così, Virginia, tu lo sai bene) ma sempre gentile e accarezzante.

Sì, mi piace Cathleen Schine!

Yours Antonia

Cara Antonia, non ho letto l’ultimo libro di Cathleen Schine. Devo confessare che La lettera d’amore  mi era piaciuto solo in parte, trovandolo in qualche modo un libro squilibrato, come se l’autrice non avesse potuto o voluto osare.  E così non l’ho seguita nel tempo. Ma mi fido: forse il tempo, grande scultore, ha messo “insieme i pezzi” e l’ha resa più matura, non foss’altro per l’età che sarà aumentata negli anni. E per la conseguente saggezza che qualche volta diventa ironia.

V.

Ebbene sì, ho visto Masterpiece

Cara Virginia, concordi che una che ha la passione della lettura non poteva evitare di vedere almeno una volta Masterpiece? E poi ieri era la sera perfetta: finito Bookcity, spiaggiamento su divano, permanenza su tema libri con variante esordienti… E devo dirti la verità, non mi sono annoiata, non ho cambiato canale, non ho spento.

il logo gutemberghiano di masterpiece

il logo gutemberghiano di masterpiece

Ora, se togli il déja-vu della formula talent e il fatto che devono occupare due ore, mi ha fatto piacere che l’abbiano fatto. Che abbiano cercato di dare voce a un arte che per sua natura è difficile da rappresentare. Che si siano accorti di quanto, con l’avvento dei social media, la gente ha voglia e bisogno di scrivere, e di quanto possa servire incoraggiare questo bisogno. Se Masterpiece ci aiuta a combattere l’analfabetismo di ritorno (a mio personale e sindacabile giudizio, molto peggio dell’analfabetismo) viva Masterpiece!

Il vincitore della seconda puntata di Masterpiece

Il vincitore della seconda puntata di Masterpiece

Dopodiché, molti dei personaggi erano simpatici. Molto umani, quindi difettosi, ma per nulla casi umani (o siamo tutti casi umani?). Ci hanno provato. Non è mica roba da tutti, vero Virginia?

E i romanzi, mi dirai tu? E le prove “letterarie”? Beh, dei loro romanzi hanno letto qualche riga, bisogna fidarsi del giudizio della giuria… Delle prove sai che cosa mi ha colpito? Che fossero consapevoli di quello che avevano fatto: dove avevano sbagliato, l’impressione che avevano lasciato. Questo fa molto ben sperare, a me, sul piano della sopravvivenza del pianeta se non su quello letterario!

Quanto infine alla polemica che aveva animato Twitter e i social la scorsa settimana, mi sembra che non sia proseguita. Una fiammata di cui è rimasta solo un po’ di cenere, rapidamente dispersa nel vento… Ma consiglio il live di Barbara Sgarzi sul suo blog social me(dia) su Vanity Fair.

Antonia is watching TV

Cara Antonia, mi cogli totalmente impreparata e vorrei che mi dicessi qualcosa di più. Dove si vede Masterpiece? Come funziona? Son talmente oberata da format televisivi che mettono in gara qualsiasi talento che questo me lo son perso, ahimè. Ma da quel che dici mi sembra interessante o forse semplicemente più umano di altri. E taccio per mancanza di altre informazioni.

Virginia

Cara Virginia, eccoti subito accontentata! Masterpiece è la domenica alle 20.50 su RaiTre, dopo il Tiggì di arboriana memoria… ed è il primo talent show letterario.

Dove deve stare il passato?

Cara Virginia, oggi ti scrivo dei pensieri sul passato e il suo posto.

Mi vengono da due parti: uno è il post della nostra amica ciabattinadx, che commenta il vizio diffusosi su Facebook di postare sugli album degli amici delle foto emerse dritte dritte dall’adolescenza, con si può immaginare quali effetti, e l’altro sono i libri, molti libri, in cui qualcosa emerge dal passato con conseguenze imprevedibili e non sempre piacevoli.

una freddura per alleggerire il tema...

una freddura per alleggerire il tema…

Dove lo mettiamo, il passato? E soprattutto, resta dove lo abbiamo messo? Chi ha il diritto di tirarlo fuori? Si può scegliere se tirarlo fuori o lasciarlo dov’è? Certo lo so il passato non è tutto uguale: ci sono vergogne brucianti e occasioni perse, ci sono dolcezze struggenti e risate non più condivisibili. C’è di tutto ed è difficile da tenere in ordine non solo per i disordinati come me.

E per quanto sia d’accordo con ciabattinadx che la privacy anche del passato dovrebbe essere sacrosanta,  è pur vero che Facebook ha permesso a molti di noi di rispondere al “che fine ha fatto quel tizio – quella tizia?”. In un certo senso Facebook si basa proprio sul nostro passato… un’altra postera sentenza a cui gli ardui devono rispondere!

http://ciabattine.wordpress.com/2013/11/22/ossignore-ma-quella-cessa-industriale-sei-proprio-tu/

Meditative Antonia

Una città sotto la città: le grotte di Camerano

Cara Virginia, mentre tu sei affaccendata in troppe cose, e io sono affaccendata nei preparativi di Bookcity, mi prendo un piccolo tempo per raccontarti una scoperta marchigiana: le grotte di Camerano.

Una cisterna nelle grotte di Camerano. Foto TDR

Una cisterna nelle grotte di Camerano. Foto TDR

Aperte nel 2008, quindi recentissime per tutti e non solo per me, sono una città dentro la collina sulla quale si erge la città: grotte scavate dall’uomo, probabilmente quando la città era solo un fortino di difesa, e poi ampliate, sostenute, ristrutturate e variamente utilizzate.

Una fuga delle grotte di Camerano. Foto TDR

Una fuga delle grotte di Camerano. Foto TDR

Una sorta di labirinto con accessi sotto ai palazzi via via costruiti dai signorotti dello stato pontificio e da altri notabili, ora rimesso a nuovo e percorribile a piedi e con l’immaginazione: sono state cantine, rifugi, luoghi di culto, di incontri segreti, di amori, di congiure. Nicchie, volte, semplici bassorilievi, tracce, orme, segni di cui non c’è traccia in nessuno scritto o documento, e quindi consegnati neutri e intatti alla nostra fantasia.

Sono certa che presto qualcuno ci ambienterà un thriller o un fantasy… Intanto un grazie al nostro fotografo ufficiale Tobia!

Visiting Antonia

A forza di riprodurre, sappiamo qual è l’originale?

Cara Virginia, stamattina girellando in internet (ma per lavoro, giuro) sono incappata su un bellissimo quadro di Edward Hopper, The long leg.

In una giornata di pioggia novembrina, in cui la luce non è mai del tutto luminosa, incontrare un paesaggio che la luce l’ha accolta è stata una meraviglia. Il blu del mare è così brillante, le vele sono così bianche, tutto è così nitido che davvero vorrei vedermelo davanti ogni volta che apro gli occhi al mattino.

Hopper 1

Ma cosa è successo quando sono andata a cercarmi l’immagine del quadro per scrivere il post? Che c’erano diverse immagini, alcune palesemente sbiadite e altre palesemente distorte, ma tante altre non palesemente diverse dall’originale. Solo che, qual è l’originale? Se non sei stata al museo dove la espongono, o se il quadro è di una collezione privata, come potrai mai sapere il punto esatto di blu che Hopper aveva scelto per il mare di quel giorno, di quell’ora, di quell’umore?

Hopper 2

hopper 3

hopper 4

Inutile dire che io penso l’originale sia il primo.

Diceva Walter Benjamin, di certo a ragione, che siamo nell’era della riproducibilità dell’opera d’arte e che questo cambia tutto. Le immagini di Google ci danno accesso a qualsiasi quadro o scultura. Ma quanta differenza resta tra l’originale e il riprodotto? Una differenza incolmabile?

Mi viene di nuovo da dire, con te che so che oggi non potrai rispondere, agli ardui la postera sentenza!

Perplexed Antonia

Feltro senza fine

Cara Virginia. oggi ti voglio raccontare delle meraviglie della carta. Lo so che stiamo usando un mezzo di cui si dice soppianterà la carta (almeno certa carta).  Ma la magia e l’ingegnosità di questo strumento, come l’ho potuta ammirare al Museo della carta e della filigrana di Fabriano non spariranno.

L'edificio in cui si trova il Museo della carta e della filigrana, a Fabriano

L’edificio in cui si trova il Museo della carta e della filigrana, a Fabriano

La macchina per spappolare gli stracci da cui si otteneva la carta

La macchina per spappolare gli stracci da cui si otteneva la carta

I telai con cui si formava il futuro foglio di carta

I telai con cui si formava il futuro foglio di carta

Panni di lana per assorbire tutta l'acqua rimasta dentro il futuro foglio di carta

Panni di lana per assorbire tutta l’acqua rimasta dentro il futuro foglio di carta

I telai, su cui venivano cucite le figurine che formavano la filigrana

I telai, su cui venivano cucite le figurine che formavano la filigrana

Mollette di legno per appendere i fogli di carta ad asciugare

Mollette di legno per appendere i fogli di carta ad asciugare

Naturalmente con la rivoluzione industriale sono arrivati gli ingegneri, ad usare il loro ingegno per rendere il processo più veloce e più efficiente. Feltro senza fine era il nome poetico di un gigantesco cilindro essiccatore che è andato a sostituire le mollette di legno, certo ben prima delle rotative. E ancora oggi, con mezzi un po’ più sofisticati di quelli del museo ma sempre con tanta manualità, a Fabriano producono della carta artistica, così bella e costosa che ti dispiace scriverci sopra, ma che è un piacere toccare.

In fondo anche solo venti anni fa io e te ci saremmo scambiate delle lettere di carta, avremmo scelto un colore di fondo e un colore di inchiostro e magari l’avremmo cambiato, ogni tanto o ogni poco, ce le saremmo spedite per cui ci sarebbero arrivate stropicciate o anche bagnate, le avremmo lette e magari macchiate con il caffè o il vino, insomma dei frammenti di vita si sarebbero depositati sulla carta e ci sarebbero rimasti per i posteri. Però anche le nostre lettere elettroniche resteranno (ti ricordi che abbiamo parlato dell’incancellabilità di internet?) e forse i posteri decifreranno il passato dalle nostre foto, dai lettering e dalle parole scelte… che ne pensi?

Pondering Antonia

Pura poesia, cara Antonia, quella della lavorazione della carta e quella di ogni arte/artigianato che per secoli si è presa il tempo di produrre qualità e finezze durature. E’ difficile non cadere nella nostalgia e infatti faccio lo sforzo di dire quanto siamo invece fortunate. Si, proprio fortunate ad avere memoria per quei fogli di carta e per quegli inchiostri. C’è chi era maniaco dei pennini e delle penne stilografiche che credo siamo rimasti in pochi ad apprezzare. Ma la memoria è una risorsa ed ogni tempo ha la sua aura. Il nostro tempo ha l’aura elettronica, sta a noi trasfondere anche quella della carta, delle penne e degli inchiostri. In questo mi sento fortunata: ho ancora memoria di quello che è stato, e sono convinta che il tempo sia veramente ciclico e che abbia bisogno di tutte le esperienze per rinnovarsi e quindi della memoria di quanto non sembra più utilizzabile o, in questo caso, profittevole.

V.

Oh cielo!

Cara Virginia, non potendoti stupire con effetti speciali, provo a farlo con questo cielo strano e bellissimo.

Il cielo sopra Livorno

Il cielo sopra Livorno

Ecco, per una volta sono riuscita a cogliere l’attimo. Non era possibile fermarlo, se non nella foto, e d’altro canto ad un attimo ne segue un altro. Tutto passa, ma molto rimane impresso nella nostra retina, e recentemente anche sui nostri telefoni, sui nostri blog, sui nostri social.

Buona giornata a tutti

Philosophical Antonia