Lavorare stanca, ma pure non lavorare

Nuove specializzazioni

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Cara Antonia, oggi ti porto una riflessione leggera leggera, come un macigno.
Parlavo in questi giorni, con persone diverse,  della necessità di reinventarsi costantemente un’identità professionale. Prima era la rivoluzione digitale a proiettare in avanti chi aveva resistenze culturali o curricolari. Poi è arrivata la crisi economica a costringere  molte persone, donne e uomini a vacanze forzate dal lavoro  (quando ce lo si può permettere) o a riflessioni altrettanto forzate sulla vecchia massima: si chiude una porta, si apre un portone. Ma difficile capire per chi sia l’opportunità.  I dati certi della disoccupazione in Italia, e allargherei all’Europa, sono troppo pericolosi a mio avviso per essere divulgati e non son deputata a fornirne: quindi poco rigorosamente mi baso sull’esperienza che ognuno di noi fa della prossimità circa chi ha perso il lavoro o sta per perderlo. E i numeri crescono, come aumenta il numero di esercizi commerciali che anche in una grande città come Milano chiudono. Certo l’aria è pesante e quindi? Siamo alla decadenza dell’Impero e dell’Occidente insieme?  O forse il lavoro, come  realizzazione di un quid economico ha perso ogni significato, avendo difficilmente e solo per pochi risposto a motivazioni più profonde di realizzazione di sè. Dunque bisogna ritornare al baratto?

Trovo molto strano che tutto ciò accada in un momento tecnologicamente avanzato e dotato di miriadi di strumenti per esprimersi come non mai: mettersi a nudo oggi è l’azione più facile ed economica; basta la tastiera e la connessione ad Internet. Ma che cosa questo produca di monetizzabile, fatti salvi gli addetti ai lavori è difficile da individuare. Non ho una risposta, ma una lunga domanda composta di micro dubbi. E tu che cosa ne pensi?

V.

Cara Virginia, tocchi un tasto dolente e da cui escono domande e nessuna risposta.

Neppure io conosco i dati della disoccupazione, ma certo è facile immaginare che il moltiplicatore dell’economia, quello per cui i 10 euro che spendo passando di mano in mano ne creano 15 e poi 30 e via in modo più o meno esponenziale, funzioni anche nell’altro senso: meno soldi circolano meno ne circoleranno. E questo è il nodo che Keynes aveva affrontato teoricamente e Roosvelt praticamente nel 1929, con il famoso “fategli scavare delle buche ma fateli lavorare e pagateli per quello”. Ci sarà qualcuno che ha il coraggio di farlo?

Voglio però dire che l’immagine che hai messo in apertura mi irrita. Mi irrita il demagogismo che ci sta dietro, lo slogan che semplifica, fa effetto, fa anche la rima ma non spiega nulla e non dice nulla. Dietro a molti di questi slogan ci sta una pretesa: che siccome ho studiato ho diritto a un lavoro, che ho diritto a stare meglio dei miei genitori, che ho diritto ad avere una vita sicura, tranquilla, con un reddito che cresce costantemente. Io non credo che si abbia diritto a queste cose. Si ha diritto ad essere pagati per il lavoro che si fa. Si ha diritto ad avere l’opportunità di studiare. Si ha diritto ad essere curati quando si è malati, indipendentemente dal reddito. Si ha diritto al salario di disoccupazione se si è perso il lavoro. Dopo di che ci si prende in carico la propria vita. Ogni mattina. Tenendo conto che il mondo fuori da noi non è al nostro servizio, ma è il contesto in cui ci muoviamo. Se in mare scoppia una tempesta, hai voglia di arrabbiarti perchè non la volevi! Forse è meglio che ti rimbocchi le maniche, tiri giù le vele e ti appresti ad affrontarla.

Mi fai venire in mente un’altra cosa: il libro di Michele Serra, Gli sdraiati, che è in cima alle classifiche e ha scavalcato anche Fabio Volo. Io non l’ho ancora letto, ma so che parla di adolescenti e il titolo è illuminante, nella sua tristezza. Se finalmente ci alzassimo tutti in piedi? Per fare qualcosa, dopo aver protestato?

Politically incorrect Antonia

Cara A.,

L’immagine infatti voleva essere un pò provocatoria: a mio avviso il problema attuale è non il lavoro per, ma il lavoro. Punto.

V.

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