La banalità del male

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Cara Antonia, ebbene sì! ce l’ho fatta a vedere il film “Hannah Arendt” di Margarethe von Trotta. Che in Italia non era arrivato e che hanno proiettato solo per due giorni.

La storia verte intorno al reportage che la filosofa tedesca, allieva del controverso Martin Heidegger, sul processo ad Adolf Eichmann. E tutto lo scalpore che da quel testo deriva: Arendt non assolve il criminale nazista ma lo fotografa e definisce un uomo banale, un burocrate che ha come unico obiettivo l’obbedienza e dunque non si interroga su nessuno degli ordini ricevuti. Le sequenze del processo inserite nel film fanno ben capire che l’uomo in questione non ha alcuna coscienza critica, ma ha obbedito agli ordini del Reich. E come tale non traspare alcun pentimento: salvo dire in una battuta che si sente come una bistecca cotta a fuoco lento. Da qui deriva il concetto che da anche il titolo al saggio “La banalità del male“. Ed è questo che ha sempre destato in me l’orrore, non solo l’olocausto che ha visto mandare a morte 6 milioni di donne, uomini e bambini ebrei, donne e uomini di appartenenza religiosa diversa a quella cattolica, circa 3000 omosessuali tedeschi, donne e uomini di appartenenza rom , dissidenti politici. Ma il fatto che la ragione abbia dormito a tal punto che la diversità del genere umano  era un pericolo e che lo sterminio fosse il mezzo più veloce e paradossalmente economico (prima che campi di concentramento si parlava di campi di lavoro).

In questi giorni lo slogan è stato “Mai più”, tuttavia ho qualche dubbio sull’indolenza della ragione umana: tendiamo a dimenticare che, senza arrivare agli orrori dell’olocausto, genocidi e guerre per interessi economici sono avvenute anche negli ultimi anni (Yugoslavia e Ruanda potrebbero essere un esempio).  Il mondo conosciuto è troppo vasto per avere già una memoria collettiva?

V.

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