Piume in onore di Fellini. A Rimini, where else?

E’ capitato così per caso, venerdì scorso all’ora di pranzo: ho ricevuto l’invito per andare a Rimini, c’era un evento della Unique, organizzato da una mia vecchia conoscenza e a cui sarebbe stata presente una mia amica.

Non sapevo nulla, nè di Unique nè di che cosa sarebbe successo quel week-end, e forse proprio per quello ho detto di sì. Curiosity killed the cat, dicono gli anglosassoni, ma quando uno nasce curioso è difficile che non lo resti. Ma essendo un evento, ho chiesto se la cena della sera sarebbe stata elegante. E la mia amica ha detto no, la cena elegante è domenica. E io domenica sarei rientrata.

Le mie scarpe per la serata. Sarebbero piaciute a Fellini?

Le mie scarpe per la serata. Sarebbero piaciute a Fellini?

Dopo aver scoperto che Uniquepels è un’azienda di cosmetica che vende a domicilio, dopo essermi goduta un tranquillo viaggio in treno con lettura, dopo aver trovato un autista con un cartello con il mio nome alla stazione di Rimini (wow!), dopo essere stata accolta con grande calore e gentilezza da amici conoscenti e non, andiamo a prepararci per la cena. Io ci metto due minuti, come as you are è la mia parola d’ordine.

rimini Unique 003 rimini Unique 005 rimini Unique 007 rimini Unique 008 rimini Unique 009 rimini Unique 010 rimini Unique 012 rimini Unique 014Ed ecco dove mi sono ritrovata! In pieno Amarcord! Un trionfo di piume di tutti i colori, deliziose calottine, abitini a vita bassa con frangette, cappellini d’epoque… Fellini avrebbe preso la cinepresa e non si sarebbe perso un dettaglio!

Abbiamo cenato, chiacchierato e ballato, e alla fine della serata la moquette del salone era disseminata di piume di tutti i colori. Come poteva non piacere una serata così a una piumadoca?

E voglio aggiungere un commento. Le donne che avevano scelto quei bellissimi abiti e cappelli e trucchi erano lì per migliorare il loro lavoro, e tuttavia coglievano l’occasione: la musica, la serata fuori, la mise fuori dell’ordinario, la complicità di un’amica o di un marito che le aveva accompagnate. Se ci si può divertire divertiamoci, dicevano con gli occhi scintillanti. Non posso e non voglio giudicare l’azienda o le persone da questa serata. Ma ci ho sentito qualcosa di autentico che mi è piaciuto. E mi sono detta, come di rado mi succede, che l’Italia può essere un paese meraviglioso.

Anna thanking Unique

ps la qualità delle foto non è cambiata… me ne scuso nel ringraziare le signore che si sono gentilmente prestate

Orme di gatto (delle nevi)

Cara Virginia, fare le foto in montagna, soprattutto quando si va a sciare, non è la mia attività preferita. Se mi porto la macchina fotografica poi sono intralciata e non so dove metterla mentre scendo. Se uso il telefono, come di fatto ho fatto, mi gelo le mani (forse un giorno qualcuno mi regalerà quei guanti a cui lo schermo dell’iPhone è sensibile). E insomma vedo un sacco di cose che vorrei fotografare e le lascio andare. Tu dirai, non è che sei una grande fotografa, sei piuttosto una di parole (nonché di parola). E hai ragione. Ma insomma alla fine qualche immagine per ricordare quei monti ce l’ho. E le metto qui di seguito, a futura memoria.

scia di gatto (delle nevi)

La scia luminosa di un gatto delle nevi, all’imbrunire quando si battono le piste

Tempesta on the mountains

Tempesta on the mountains Lo sturm und drang sta per abbattersi sulle montagne

E ora siamo qui nella pianura…

scenico tramonto sul laghetto artificiale di Segrate (Milano)

scenico tramonto sul laghetto artificiale di Segrate (Milano)

Yours Antonia

Cara A., nonostante gli intralci che hai descritto il senso della neve l’hai dato. E nonostante io sia più marina e poco sappia di montagna, la curiosità l’hai accesa. Ma oltre Segrate, quali altri posti hai visitato?

V.

Cara Virginia, Segrate la visito tutti i giorni, e ciò non ostante ne ammiro i tramonti! La montagna è trentina, sopra Marilleva, sopra Folgarida, di lato da Madonna di Campiglio. E siccome eravamo molto in alto, le montagne ci stavano intorno, e quelle cime che erano più alte di dove eravamo noi ci sembrava di dominarle. Dopo di che dire quali montagne siano implicherebbe una conoscenza dettagliata della geografia che ahimé mi manca. Supplisco con una cartina:

la versione estive delle montagne circostanti la mia vacanza

la versione estive delle montagne circostanti la mia vacanza

La giornata della memoria o della storia

C ara Antonia, di cose dette sulla giornata di oggi son tante, cosi non voglio dilungarmi, pensando che il dolore che evoca questa data meriti un rispettoso silenzio. Eppure c’è un dubbio che mi gironzola in testa. Ed è come ricordiamo: quando ero piccola i ricordi della guerra mi attraversavano a causa dei gesti e dei racconti di chi l’aveva vissuta. Mio padre si comportava come se fosse sempre ascoltato da qualcuno che poteva tradirlo, mia madre per lungo tempo non ha permesso le pistole giocattolo, semplicemente. E i racconti sulla fame, sulla paura  erano costanti. Ora quelle voci hanno smesso di raccontare. Da loro ho imparato a guardare tutte le lapidi che ricordano donne, uomini e bambini che hanno perso la vita per ragioni che oggi sono condannate, ma che negli anni della seconda guerra mondiale di ragioni sembravano averne, tanto da essere convincenti per migliaia di esseri umani.  Quella banalità del male che Annah Arendt ha reso concreta e che è diventato un film l’anno scorso. Piccola nota: quel film non è stato distribuito in Italia, ma oggi e domani sarà visibile in alcune sale. Sempre che si riesca a prenotare. Io, cara Antonia, ci provo ad andare a vedere il film della regista tedesca Margaret von Trotta.

Milano mon amour

Cara Virginia, ieri sera mi è capitata una graziosa occasione che ho colto al volo, quella di una “visita guidata” alla mostra “Milano tra le due guerre” del fotografo Arnaldo Chierichetti, a Palazzo Morando. Dato poi che Palazzo Morando ospita il Museo di Milano, abbiamo fatto una visita guidata anche a quello.

milano che fu

Una bella immagine di Milano tradizionale

E cara Virginia, Milano è davvero una città sorprendente. Uso questo aggettivo superinflazionato nel senso più letterale che tu possa immaginare. Perché seguendo il percorso delle foto che rappresentavano diversi momenti e diversi luoghi della città, il tema ricorrente era “questo edificio poi è stato distrutto per costruirne un altro”. Alle volte era anche “questo edificio era molto bello quindi è stato distrutto”. Ma quel tema di creative disruption, di avere il coraggio di ammazzare il vecchio per far nascere il nuovo, quello è un tema che trovo bello. E mi ha colpito che Gabriella, del cui invito ringrazio pubblicamente, che viene da Firenze, città intoccabile per eccellenza, abbia proprio notato e detto “beh, ma meno male che si fa qualcosa di nuovo!”.

Quanto al museo di Milano, quel tanto che ne abbiamo visto, era molto divertente, dato che in sostanza era la casa di una contessa con una decina di cognomi, rimasta senza eredi e quindi generosa dei suoi beni verso il comune di Milano, con un suo eclettismo sconclusionato: un pavimento che riproduce un mosaico egizio in omaggio alla natia Alessandra d’Egitto, un altro pavimento composto come un tappeto, una stanza cinese, un camino iperadorno, quadri molto rappresentativi anche se non capolavori, molte curiosità insomma. Dovremmo proprio andarci insieme, Virginia, per spassarcela un po’!

milano ora

Milano contemporanea

E a chi dice che a Milano non c’è nulla da vedere, beh, venga con noi! E magari faccia anche un giro su ciabattine, per leggere quel che racconta il nostro amico erreerrearchitetto, di Milan l’è un gran Milan!

Silly Antonia

Cara Antonia, la curiosità l’hai accesa sicuramente in me.

V.

Padri e figli: a proposito di “Morte di un commesso viaggiatore”

la bella locandina dell'opera

la bella locandina dell’opera

Cara Virginia, ieri pomeriggio sono stata al Teatro Elfo Puccini a vedere “Morte di un commesso viaggiatore”. Difficile scrivere, di un testo sacro del teatro (Arthur Miller ), di un mostro sacro del teatro ( Elio De Capitani), commentatissimo in rete, trasformato in un film, anzi due, il secondo con Dustin Hoffman)…

Però Antonia ha occhi e orecchie che sono solo suoi, e sono certa che Arthur Miller sapesse, come ogni grande autore, che ogni spettatore vede il suo spettacolo, con la sua mente e la sua anima così come sono in quel preciso momento.

Che bel viso Arthur Miller!

Che bel viso Arthur Miller!

Dunque la prima cosa che mi ha colpito è stata la ricchezza del testo. La quantità di argomenti, di riferimenti, di spunti, roba da perderci la testa. Dal titolo e dal sapere comune si pensa alla perdita del lavoro, al diventare vecchi e obsoleti, al fallimento dei sogni inseguiti. E tutto questo naturalmente c’è. E considerando il momento storico che stiamo vivendo, è estremamente attuale e sembra scritto ieri invece che nel 1949 (alla faccia del progresso di cui ci vantiamo!).

Ma poi c’è un tema che io ho trovato più forte: che è quello dei figli e delle aspettative che si hanno sui figli. Perchè il dolore, duro fino alla follia, di Willy Loman non è solo quello del lavoro che gli sfugge dalle mani e del proprio fallimento. E’ il dolore di non capire un figlio di cui si è fatto una sua immagine che non corrisponde alla realtà, di vedere che suo figlio è diverso da come lui avrebbe voluto e ha creduto che fosse. E il finale, quel terribile finale in cui rinuncia alla propria vita perché la famiglia possa avere i soldi della sua assicurazione, conserva il convincimento che il figlio, una volta in possesso di un capitale, potrà finalmente fare le grandi cose che lui sa che può e vuole fare… nonostante il figlio sia stato con lui sincero e onesto fino alla crudeltà. A me sembra che avere dato spazio a questa seconda lettura sia stata una scelta ancora più contemporanea. Perché, ricordando anche l’inaspettato successo degli Sdraiati di Michele Serra (che però non ho ancora letto), il che cosa riescono a fare i figli, che cosa sono capaci di fare e quali sono le responsabilità e le non responsabilità dei genitori, è argomento dolente, spinoso e più che mai di attualità nelle nostre vite e nei nostri pensieri.

Che ne pensi di tutto questo, cara Virginia? Attendo un tuo commento!

Yours Antonia

Cara Antonia, quanta carne al fuoco!! Merito di Miller, sicuramente ma anche della tua  risposta complessa a tanta sollecitazione. Non ho visto lo spettacolo, ma mi fido di De Capitani e dei suoi attori. Quindi mi soffermo più sulle riflessioni circa l’ “esser figli”, che almeno nella nostra cultura mi sembra significhi  un lungo apprendistato, che per motivi diversi, culmina con la morte dei nostri genitori o con l’essere a nostra volta genitori, ma vale meno. Niente a confronto con i patronimici stampati per sempre nelle pagine dell’Iliade – tipo Pelide Achille-, ma molto simile al fatto che i genitori, per essere di una generazione precedente, si presentano agli occhi dei figli talvolta come eroi che abbiano affrontato molte più difficoltà.  A dire il vero diffido un po’ di questa versione dei fatti: diffido della versione progressista per cui “le cose cambiano” e non son più i tempi in cui tutto era difficile. Generalizzazioni che nascondono, a mio avviso, una sorta di pigrizia mista a tirchieria da parte delle generazioni precedenti. Da figlia avrei voluto mi si pensasse come un’adulta che affronta la crescita e colma le differenze, facendo tesoro delle esperienze pregresse. Quanto in nome dell’amore genitoriale e della paura invece si crea dipendenza? Per me il vero tema non è esser figlio di, ma degna adulta.

Virginia

Tutto può rinascere. Anche un circuito elettronico!

lampada_scheda_madre

Cara Antonia, ho trovato una chicca che devo proprio condividere…una mia amica che abita a Parigi ha visto un allestimento divertente all’interno del vecchio  mercato di Rue de Blanc Manteaux (tanto vecchio da risalire all’epoca medievale) nel IV arondissement.

rue de blanc manteaux

Conoscendo la mia passione per la tecnologia non ha resistito a segnalarmi uno dei tanti artisti che presentavano le proprie opere. Il tema della mostra era, tanto per capirci, l’arte di recuperare e da quanto ho capito di recuperare qualsiasi cosa. In questo caso le lampade sono costruite a partire da componenti elettronici di macchinari e  pc in disuso. La descrizione che ne fa l’artista è poetica che è un peccato tradurla: vedere l’aggettivo “ancienne” associato a schede elettroniche che avranno al massimo quarant’anni mi ha fatto una certa impressione. Per non parlare del senso di ironia per cui la presentazione è in una sezione denominata “Hystoire” e quindi mi affido alle assonanze tra italiano e francese e la lascio così:

Habillées de laiton, d’acier chromé ou de bois, d’anciennes cartes électroniques révèlent la beauté de leur architecture et apparaissent comme des sculptures post-industrielles.
Mais, c’est l’éclat de la lumière qui va magnifier la finesse et la géométrie de leur graphisme.
Tout en redonnant vie à ce matériau délaissé, ces pièces uniques ou séries limitées aiguisent notre imaginaire.
Et, surgissent parfois des façades de buildings, des vues en plongée de mégapoles, des partitions de musiques…

E quindi, ironicamente, scatta il sondaggio. Perchè l’idea mi è piaciuta molto!! Che ne dici, Antonia? e che ne diranno le nostre amiche e i nostri amici?

Cara Virginia, meno male che ho studiato francese e riesco ad apprezzare il suono di laiton, acier e delaissé… una lingua rimasta per pochi appassionati, ma ancora piena di evocazioni indimenticabili. A parte questo, ammiro enormemente tutti quelli che riescono a creare qualcosa di nuovo partendo dal vecchio abbandonato!

L’archeologia industriale poi ha sempre esercitato un grande fascino, su di me. E in questo Parigi se la gioca con Londra: stazioni di treni diventate musei, dock trasformatisi in studi di architettura, dare nuova vita a qualcosa che si pensava perduto deve dare un enorme soddisfazione. Ed entrare in ufficio la mattina e pensare “questo cento anni fa era…”, sì, io sono un amante delle cose vecchie e usate in tutti i campi! Bisogna aggiungere che in questa tua proposta è stata aggiunta la magia della luce: magia perché è sempre misterioso, che dopo il buio della notte la mattina sorga il sole, che con un click in casa si accendano le luci, che un raggio passando attraverso un oggetto lo trasformi… Ma queste lampade dove si possono comprare?

Very interested Antonia

Crowdsourcing alla riscossa

Cara Virginia, tempo fa lessi un libro che si intitolava Crowdsourcing, di Jeff Howe. Era il 2006, per essere precisi, quando il giornalista di Wired ha coniato il termine, e di questi tempi è come dire che l’avevo letto nel secolo scorso.

Raccontava di come in una grande quantità di situazioni la risposta ottenuta dalla folla (intesa come la sommatoria delle risposte dei singoli, ma veramente molti singoli tutti insieme) era la risposta esatta, come se appunto la folla conoscesse molto di più di quando non possano conoscere i singoli, anche esperti e superesperti. Ora questa nozione di per sè ha un suo senso. Non è sempre praticabile, o meglio sarebbe dire non è stata praticabile fino a quando non è arrivato internet, e la dimensione folla si è spostata da essere quell’assembramento semicasuale e spesso fastidioso di gente ad essere un insieme di singoli ognuno attaccato al suo computer (o smartphone).

il simbolo di Jelly
il simbolo di Jelly

Quindi il crowdsourcing si è fatto strada, ed oggi è stato annunciato Jelly (nome fantastico, devo ammettere), il primo motore di ricerca che usa foto e utenti per darti le risposte. Lanciato nientepopodimenoche da uno dei fondatori di Twitter, Biz Stone. In poche parole, fotografi la cosa/il posto/la persona di cui vuoi sapere qualcosa, e gli utenti che sono online ti danno la risposta che stai cercando.

Funzionerà? Chi può dirlo! Di sicuro va online, e quindi toccherà ancora una volta agli ardui dare la postera sentenza!

Cara A., staremo a vedere! Mi sembra l’ennesimo modo per sottolineare il motto “The content is the King!” Resta da capire se l’intelligenza di massa riuscirà veramente ad organizzarsi, e non cadere invece nella trappola dell’eccessivo egocentrismo.

V.

Milano e le isole digitali

Isola_digitale_milano

La mappa delle isole digitali

Cara Antonia, ti racconto che cosa ho scoperto oggi. Girovagando in una città ancora addormentata dalle feste e ancora poco reattiva per scrollarsi di dosso un anno difficile, mi sono imbattuta in un angolino di piazza arredato con pannelli e sedute. Ne avevo sentito parlare, ma vederle, devo dire che mette una certa curiosità. Ebbene il Comune di Milano, in previsione dell’Expo 2015 ha allestito diversi spazi come questi. All’aria aperta puoi ricaricare il tuo pc, il tuo cell e se proprio ti piace, prendere a noleggio un veicolo che sembra una Smart, ma è elettrica ed è forse anche più piccola di una Smart. A questo indirizzo http://www.comune.milano.it/dseserver/isoledigitali/index.htm tutte le informazioni, per la verità un pò sintetiche…

isola_digitale1_milano

ll servizio di quadricicli elettrici

Non ho potuto saggiare la veridicità della promessa wifi, avevo il telefono scarico e utile solo per scattare le due foto che ho fatto. Se ingrandisci la foto, però, si vede un enorme cavo che collega il quadriciclo alla barriera di ferro e che verosimilmente si sta ricaricando.
V.
Cara Virginia, quando imparerò a conoscere questa città? Non sapevo nulla delle isole digitali, e purtroppo l’influenza di stagione mi ha impedito di girare negli ultimi giorni. Che belle sorprese ci fa il comune per l’Expo 2015! La prossima volta che ci sarà Bookcity o un suo simile e avrò il telefono scarico per il troppo twittare, non mi succederà di lasciare il telefono in carica in un angolino vicino al palco per poi dimenticarmi il cavo mentre recupero il telefono in fretta e furia! Trovo molto divertenti anche i quadricicli, non vedo l’ora di guidarne uno! Ma hai messo tutto questo su Foursquare? E gli indirizzi precisi hai deciso di tenerli per te? Intanto la mia risposta è la classica americana: awesome!
Yours Antonia

Val Sarentino 1-6: Kafka sulla neve e altre amenità

Cara Virginia, sono passate le feste, si, quasi del tutto ormai. Sono tornata ed è giusto che ti dia conto dei miei girellamenti. Potrai notare che questa volta, complice il tempo che è stato quasi sempre bello, la qualità delle foto non è malaccio davvero. Luogo di svolgimento: Val Sarentino.

Giorno 1: KAFKA SULLA NEVE

Kafka sulla neve: metamorfosicamente, il manto nevoso si adatta al terreno che copre

Kafka sulla neve: metamorfosicamente, il manto nevoso si adatta al terreno che copre

Che cosa più kafkiano di un manto di neve che si adatta al terreno, qui adaginandosi tra le rocce e restituendoci, un giorno circa dopo essere caduto, la forma originaria di quello che sta sotto. Si chiama proprio metamorfismo, questo fenomeno, cara Virginia, e mi ha fatto venire in mente Kafka sulla spiaggia del mio amato Murakami Haruki, a cui il titolo rende sempiterno omaggio.

Giorno 2: SUL LAGO DORATO

Non c'è bisogno di didascalia, vero?

Non c’è bisogno di didascalia, vero?

Questo è un tramonto, mia cara Virginia, che non necessita di molte parole. Anzi il sole qui è già tramontato, ma ha lasciato un pezzo di sè dentro una propaggine del lago di Durnholz. Lago in via di estinzione per via delle alghe che lo stanno rendendo torba. Ma a quel punto noi non ci saremo. E intanto era meraviglioso, quasi come il film.

Giorno 3: OMBRE LUNGHE

gruppo di ciaspolatori in sosta sotto il sole

gruppo di ciaspolatori in sosta sotto il sole

Anche qui mi viene in mente un libro (che strano, dirai tu), che ho letto da molto giovane, si chiamava Il paese dalle ombre lunghe, e aveva anche un gemello che si chiamava Il paese dalle ombre corte. Mi ricordo che sono libri che mi ha prestato mia zia, ricoperti con la plastica trasparente perché si conservassero meglio. Me ne ricordo il fascino ma non la storia. Però ora grazie a Google ho trovato che sono stati scritti da Hans Reusch, non sono più disponibili ma chissà, qualcuno magari un giorno li digitalizzerà. Intanto queste lunghe ombre sono la mia, quella della guida Roberto Paoli nostro accompagnatore, e quelle dei miei compagni di ciaspolate.

Giorno 4: PAUSA LIBRI

Visione dalla mia camera dove ha avuto inizio del mal di gola (per cui ora sono afona, meno male che i blog sono solo scritti)

Visione dalla mia camera dove ha avuto inizio del mal di gola (per cui ora sono afona, meno male che i blog sono solo scritti)

Si vede il sole che accende quel piccolo spazio tra i pini? Comincia una nuova giornata ma io sono costretta alla lettura da un mal di gola che non mi ha ancora lasciato. Così leggo due libri: Tutta colpa della neve (e anche un po’ di New York) di Virginia Bramati (che esce proprio oggi per Mondadori) e Chiamami anche se è notte di Michela Monferrini (che uscirà il 21 gennaio, ancora per Mondadori). Sì, lo confesso, erano letture di semilavoro. Ma mi hanno accompagnato molto piacevolmente. Libri lievi, scritti bene, avvincenti, che ti portano per mano fino all’ultima pagina. Quando il fisico non ce la fa, vale sempre la pena provare con la mente.

Giorno 5: RITORNO ALLA NATURA

Ovvero come, saliti un po', si vedono tutte le Dolomiti

Ovvero come, saliti un po’, si vedono sempre più montagne

Ed eccomi tornata in forma dopo una non dichiarabile quantità di aspirine e di oki. Dopata? Forse sì. Ma ciaspolo alla grande. Il sole è sempre lì, alto in un cielo con strappi di nuvole, e man mano che saliamo il panorama delle montagne si allarga. Dietro alle montagne ci sono altre montagne… ma quante montagne ci sono? Eppure dà una certa ebbrezza, guardare il mondo dall’alto, sarà questo il segreto di chi ama la montagna?

Giorno 6: CASA DI BAMBOLA

Non è deliziosa questa casetta?

Non è deliziosa questa casetta?

E con l’ultima citazione più teatrante, cara Virginia, siamo arrivati anche alla fine della vacanza. L’anno vecchio è finito e quello dopo è cominciato, senza soluzione di continuità per nostra fortuna. Come sarà? Magari come questa casetta di bambole: un rifugio microscopico, in cui forse in due si sta in piedi (ma non se si è molto alti), ma non manca la cura della tendine e dei rami di pino augurali. E quella tacca bianca e rossa di segna sentiero: non sei sulla strada sbagliata, continua ad andare…

Concludo ringraziando di cuore gli amici che mi hanno accompagnato nelle ciaspolate (Alberto, Giovanna e Simona in ordine alfabetico) e la guida che ci ha intrattenuto con i racconti più improbabili e che nemmeno nel paio di giornate grige che, a dispetto delle mie foto, ci sono state, ha perso il suo buonumore e la lucentezza. E naturalmente Sentierando, che ha organizzato il tutto.

Buonissimo 2014 a tutti!

Natale da tre soldi

Cara Antonia, il titolo del post ti suonerà strano, ma leggi e vedrai che ha un senso. Ho visto uno spettacolo ieri sera in un teatro milanese, di quelli che stanno in periferia, ma che hanno un cartellone, qualcuno direbbe alternativo. Produzioni low cost e sforzo creativo, come credo i tempi richiedano. Al teatro Ringhiera lo spettacolo era tratto dall’Opera da tre soldi, ma era uno studio attento direi dei personaggi femminili dell’opera. Polly Pitchum si presenta formulando il proprio monologo con tre toni diversi: la brava ragazza, la ragazza tenace e poi l’insieme delle tre, rigorosamente vestita come una donna del sud Carolina con tanto di cappellone a falde. Il papà di Polly, capo dei mendicanti di Londra in questa versione sparisce per lasciare il posto a sua moglie, che comunque nell’opera aiuta il marito negli affari ed è  la mamma esagerata e invadente, lestofante come il marito.

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La versione drag deella mamma di Polly Pitchum

Le Ninas Drag Queen sono state fantastiche nel raccontare un’opera che a suo tempo aveva fatto scalpore, per voler coinvolgere il proletariato, come si diceva in quegli anni e farlo discutere circa il malcostume della classe abbiente,  rappresentando prostitute, ladri e mascalzoni matricolati alle prese con lo strapotere degli abbienti. Per ironia della sorte l’opera aveva avuto successo proprio nella classe che intendeva colpire, la borghesia.

La tradizione dell’opera è salva: le canzoni presenti nell’opera originale ci sono in parte e tra queste la ballata di Meckie Messer non manca, ma in totale c’è lo spirito critico e l’ironia intelligente del testo brechtiano.  Qui lo scalpore è che l’annuncio della grazia a Mackie Messer viene fatta sul play back di Petula Clark, Down Town. Del resto Brecht aveva dato indicazioni che l’annuncio venisse fatto da un messaggero a cavallo latore di un messaggio della Regina. Ogni epoca ha il suo scalpore.

V.

Cara Virginia, ecco come ci se la passa in città, dove le brume possono essere dimenticate dal fulgore del teatro! Ricordo (e qui chi non avesse capito l’età di Antonia se ne può fare un’idea) quando Brecht era IL TEATRO da andare a vedere, ricordo anche una professoressa più che illuminata che ce ne parlava al liceo. Ricordo anche come, giustamente per certi aspetti, sia stato oggetto di critiche e dileggio. Ripreso così, con una protagonista drag queen, mi sembra che gli farà piacere.

Mettiamo anche nel nostro Natale da tre soldi tanta creatività, visto che il resto langue?

Senti, però, la prossima volta che vai in un teatro di periferia dove hanno tanta creatività e pochi soldi mi avvisi prima che magari vengo anch’io?