Tutto può rinascere. Anche un circuito elettronico!

lampada_scheda_madre

Cara Antonia, ho trovato una chicca che devo proprio condividere…una mia amica che abita a Parigi ha visto un allestimento divertente all’interno del vecchio  mercato di Rue de Blanc Manteaux (tanto vecchio da risalire all’epoca medievale) nel IV arondissement.

rue de blanc manteaux

Conoscendo la mia passione per la tecnologia non ha resistito a segnalarmi uno dei tanti artisti che presentavano le proprie opere. Il tema della mostra era, tanto per capirci, l’arte di recuperare e da quanto ho capito di recuperare qualsiasi cosa. In questo caso le lampade sono costruite a partire da componenti elettronici di macchinari e  pc in disuso. La descrizione che ne fa l’artista è poetica che è un peccato tradurla: vedere l’aggettivo “ancienne” associato a schede elettroniche che avranno al massimo quarant’anni mi ha fatto una certa impressione. Per non parlare del senso di ironia per cui la presentazione è in una sezione denominata “Hystoire” e quindi mi affido alle assonanze tra italiano e francese e la lascio così:

Habillées de laiton, d’acier chromé ou de bois, d’anciennes cartes électroniques révèlent la beauté de leur architecture et apparaissent comme des sculptures post-industrielles.
Mais, c’est l’éclat de la lumière qui va magnifier la finesse et la géométrie de leur graphisme.
Tout en redonnant vie à ce matériau délaissé, ces pièces uniques ou séries limitées aiguisent notre imaginaire.
Et, surgissent parfois des façades de buildings, des vues en plongée de mégapoles, des partitions de musiques…

E quindi, ironicamente, scatta il sondaggio. Perchè l’idea mi è piaciuta molto!! Che ne dici, Antonia? e che ne diranno le nostre amiche e i nostri amici?

Cara Virginia, meno male che ho studiato francese e riesco ad apprezzare il suono di laiton, acier e delaissé… una lingua rimasta per pochi appassionati, ma ancora piena di evocazioni indimenticabili. A parte questo, ammiro enormemente tutti quelli che riescono a creare qualcosa di nuovo partendo dal vecchio abbandonato!

L’archeologia industriale poi ha sempre esercitato un grande fascino, su di me. E in questo Parigi se la gioca con Londra: stazioni di treni diventate musei, dock trasformatisi in studi di architettura, dare nuova vita a qualcosa che si pensava perduto deve dare un enorme soddisfazione. Ed entrare in ufficio la mattina e pensare “questo cento anni fa era…”, sì, io sono un amante delle cose vecchie e usate in tutti i campi! Bisogna aggiungere che in questa tua proposta è stata aggiunta la magia della luce: magia perché è sempre misterioso, che dopo il buio della notte la mattina sorga il sole, che con un click in casa si accendano le luci, che un raggio passando attraverso un oggetto lo trasformi… Ma queste lampade dove si possono comprare?

Very interested Antonia

Ma senti questa!

Cara Virginia, senti questa, trovata su Twitter e confermata su The Telegraph:

thetelegraph

Gli scienziati scoprono il segreto per scrivere un best seller

I softwaristi hanno sviluppato un algoritmo con il quale predire, con una percentuale di accuratezza dell’84%, se un libro sarà un successo commerciale – e il segreto è evitare i cliché ed un uso eccessivo dei verbi

Ora a parte che gli scienziati avrebbero, a mio modesto parere, ben altro di cui occuparsi, e potrebbero lasciare la questione dei best seller ai signori del marketing, secondo il bel detto Ofelé fa il to’ mesté (a proposito, che cosa fa un ofelé?). Ma che il segreto del successo di un libro sia evitare i cliché e un uso eccessivo dei verbi… ma che vuol dire? Io di best seller pieni di cliché nella mia vita ne ho visti parecchi, ed è anzi la ragione per cui in genere diffido dei best seller! Quando ai verbi, certo se ne usi troppo la scrittura risulta pesante… ma vale anche per troppi aggettivi, o troppi pronomi, o troppi nomi propri… Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa Alessandro Baricco, di questa grande scoperta!

E tu Virginia che ne dici?

Scandalized Antonia

Ohioi!! cara Antonia, va bene la passione degli statunitensi per i numeri e per la virtù, questo va detto, di non lasciare mai nulla al caso, tranne l’imponderabile che quello si, per definizione,  non si può misurare. Ma questa dell’algoritmo mi sembra uno strano strumento di marketing, allineato con le nuove tendenze del lavoro per cui le forze son poche e le richieste sono tante. E quindi perchè non affidare ad un algoritmo quanto un tempo era la somma dell’esperienza e della sensibilità del lettore di mestiere? Insomma un pò di mistero ci vuole, e riuscire a stabilire all’84% che un libro avrà successo, il mistero lo fa secco!!! nella mia modesta opinione….

Virginia

Crowdsourcing alla riscossa

Cara Virginia, tempo fa lessi un libro che si intitolava Crowdsourcing, di Jeff Howe. Era il 2006, per essere precisi, quando il giornalista di Wired ha coniato il termine, e di questi tempi è come dire che l’avevo letto nel secolo scorso.

Raccontava di come in una grande quantità di situazioni la risposta ottenuta dalla folla (intesa come la sommatoria delle risposte dei singoli, ma veramente molti singoli tutti insieme) era la risposta esatta, come se appunto la folla conoscesse molto di più di quando non possano conoscere i singoli, anche esperti e superesperti. Ora questa nozione di per sè ha un suo senso. Non è sempre praticabile, o meglio sarebbe dire non è stata praticabile fino a quando non è arrivato internet, e la dimensione folla si è spostata da essere quell’assembramento semicasuale e spesso fastidioso di gente ad essere un insieme di singoli ognuno attaccato al suo computer (o smartphone).

il simbolo di Jelly
il simbolo di Jelly

Quindi il crowdsourcing si è fatto strada, ed oggi è stato annunciato Jelly (nome fantastico, devo ammettere), il primo motore di ricerca che usa foto e utenti per darti le risposte. Lanciato nientepopodimenoche da uno dei fondatori di Twitter, Biz Stone. In poche parole, fotografi la cosa/il posto/la persona di cui vuoi sapere qualcosa, e gli utenti che sono online ti danno la risposta che stai cercando.

Funzionerà? Chi può dirlo! Di sicuro va online, e quindi toccherà ancora una volta agli ardui dare la postera sentenza!

Cara A., staremo a vedere! Mi sembra l’ennesimo modo per sottolineare il motto “The content is the King!” Resta da capire se l’intelligenza di massa riuscirà veramente ad organizzarsi, e non cadere invece nella trappola dell’eccessivo egocentrismo.

V.

Milano e le isole digitali

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La mappa delle isole digitali

Cara Antonia, ti racconto che cosa ho scoperto oggi. Girovagando in una città ancora addormentata dalle feste e ancora poco reattiva per scrollarsi di dosso un anno difficile, mi sono imbattuta in un angolino di piazza arredato con pannelli e sedute. Ne avevo sentito parlare, ma vederle, devo dire che mette una certa curiosità. Ebbene il Comune di Milano, in previsione dell’Expo 2015 ha allestito diversi spazi come questi. All’aria aperta puoi ricaricare il tuo pc, il tuo cell e se proprio ti piace, prendere a noleggio un veicolo che sembra una Smart, ma è elettrica ed è forse anche più piccola di una Smart. A questo indirizzo http://www.comune.milano.it/dseserver/isoledigitali/index.htm tutte le informazioni, per la verità un pò sintetiche…

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ll servizio di quadricicli elettrici

Non ho potuto saggiare la veridicità della promessa wifi, avevo il telefono scarico e utile solo per scattare le due foto che ho fatto. Se ingrandisci la foto, però, si vede un enorme cavo che collega il quadriciclo alla barriera di ferro e che verosimilmente si sta ricaricando.
V.
Cara Virginia, quando imparerò a conoscere questa città? Non sapevo nulla delle isole digitali, e purtroppo l’influenza di stagione mi ha impedito di girare negli ultimi giorni. Che belle sorprese ci fa il comune per l’Expo 2015! La prossima volta che ci sarà Bookcity o un suo simile e avrò il telefono scarico per il troppo twittare, non mi succederà di lasciare il telefono in carica in un angolino vicino al palco per poi dimenticarmi il cavo mentre recupero il telefono in fretta e furia! Trovo molto divertenti anche i quadricicli, non vedo l’ora di guidarne uno! Ma hai messo tutto questo su Foursquare? E gli indirizzi precisi hai deciso di tenerli per te? Intanto la mia risposta è la classica americana: awesome!
Yours Antonia

Jojo Moyes c’est moi: diciamolo in coro!

Cara Virginia, era qualche giorno che mi dicevo, devo scrivere qualcosa su Jojo Moyes. Ah sì, dirai tu, e che mai devi dire?

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Il primo libro di Jojo Moyes pubblicato in Italia, l’anno scorso

Beh, è che mi sono domandata che cosa ci fosse che la rendeva così amata e così vicina. In Italia ci sono solo tre libri suoi pubblicati: Io prima di te, Silver Bay e Luna di miele a Parigi, che in realtà è solo un assaggio del libro vero che arriverà a marzo. Anche Silver Bay è stato pubblicato dopo Io prima di te, perché prima nessuno la conosceva. Io prima di te è stato un successo, in termini di vendite, ma la cosa che più colpisce è quanto è stato amato da lettori, blogger e lettori di blog. Ora io questi libri li ho letti, sì lo confesso, con un occhio un po’ snob e di superiorità. Salvo restare presa nella storia, ricordarmi la storia perfettamente e pure il finale ad un anno di distanza, e trovarmi senza argomenti per oppormi quando qualcuno mi osannava le qualità di Jojo Moyes. E soprattutto, visto che non mi interessa demolire nessuno, meno che mai uno scrittore che si fa amare, a chiedermi che cosa ci fosse in quei libri, in quel modo di raccontare, in quelle storie, che incidesse così profondamente e direttamente.

La ripubblicazione in Oscar di un altro libro di Jojo Moyes

La ripubblicazione in Oscar di un altro libro di Jojo Moyes

Ed ecco che ricorro al nostro amico Flaubert, di cui tutti ricordiamo il famoso “Madame Bovary c’est moi” e ti dico “Jojo Moyes c’est moi”. Credo che il segreto stia nella vicinanza: quella delle amicizie tra donne, una vicinanza di comprensione profonda come se tu stessa fossi in quella situazione, una vicinanza di racconto dettagliato ma con i dettagli scelti secondo i sensi e non secondo l’estetica o la ragione, una vicinanza di sentire condiviso perché sperimentato.

Questo è un assaggio, chiaramente. Il vero libro lo avremo a marzo

Questo è un assaggio, chiaramente. Il vero libro lo avremo a marzo

Ieri sera mentre tornavo nel buio del tardo pomeriggio ho pensato certo che sì, mi piacerebbe aprire una Libreria per signore, con tè e caffè annessi, con tanti libri per questo meraviglioso pubblico femminile che, ad ogni età e con ogni avversità, continua a cercare nella lettura le domande (sulle risposte sa già che non ci sono), la distrazione, la diversità da se stessa, tutti i pezzi di vita che una vita sola non consente.

Dreaming Antonia

ps: ho cercato delle immagini di librerie che potessero evocare lo spirito di questa Libreria per signore, ma senza successo. La buona notizia è che se metti in Google images lady’s bookstore vengono fuori un sacco di immagini di Michelle Obama e dei suoi figli. E un’ispirazione per un logo…

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Sante parole, dottor Jurgenson!

Cara Virginia, sai che mi piace leggere e parlare di internet, ogni tanto, e che mi sembra anche logico dato che ci siamo dentro fino al collo. Una delle mie muse su questo tema è Barbara Sgarzi, che scrive sul suo blog su Vanity Fair con molta sensatezza e semplicità. A parte il suo articolo di ieri, Sei riflessioni sui social media nel 2014, mi era piaciuta l’ intervista a Nathan Jurgenson, sulle previsioni sui social network per il 2014.

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E’ stata una boccata d’aria fresca. Sentirgli dire che “non siamo obbligati a condividere tutto con tutti”, che “i contenuti social non hanno bisogno di esistere per sempre” e che “non siamo obbligati a creare ambienti social che facciano della nostra vita un’esibizione e non dovremmo ragionare solo in termini di “like” ricevuti” mi ha confortato. Dunque non sono solo io che penso che condividere è bello ma è bello anche tenere per sè. Non sono solo io che penso che un post non è bello solo perché riceve tanti like o brutto perché non li riceve. Non sono solo io che credo che la sindrome FOMO (Fear Of Missing Out) alla fine sia tanto irrilevante quanto il detox da social immaginato per le vacanze. E’ un po’ come con il cibo, Virginia: è inutile esagerare e poi stare a digiuno, se si mangia ogni giorno il giusto si sta bene e ci si gusta tutto quello che arriva. Come dire, un po’ di buon senso non farebbe male neanche ai social!

Ma certo il conforto che quello che si pensa sia condiviso da un sociologo come Nathan Jurgenson (e non per menar vanto, ma anche Bauman è un sociologo, e anche Bourdieu – purtroppo scomparso prima dell’arrivo dei social – e anche io) fa piacere. E forse ci dice qualcosa sulla condivisione: che ha senso solo quando quello che condividiamo ha davvero valore per noi.

L’intervista di Barbara Sgarzi, che ringrazio, si trova qui: http://bit.ly/J7EZij

Curious Antonia

Val Sarentino 1-6: Kafka sulla neve e altre amenità

Cara Virginia, sono passate le feste, si, quasi del tutto ormai. Sono tornata ed è giusto che ti dia conto dei miei girellamenti. Potrai notare che questa volta, complice il tempo che è stato quasi sempre bello, la qualità delle foto non è malaccio davvero. Luogo di svolgimento: Val Sarentino.

Giorno 1: KAFKA SULLA NEVE

Kafka sulla neve: metamorfosicamente, il manto nevoso si adatta al terreno che copre

Kafka sulla neve: metamorfosicamente, il manto nevoso si adatta al terreno che copre

Che cosa più kafkiano di un manto di neve che si adatta al terreno, qui adaginandosi tra le rocce e restituendoci, un giorno circa dopo essere caduto, la forma originaria di quello che sta sotto. Si chiama proprio metamorfismo, questo fenomeno, cara Virginia, e mi ha fatto venire in mente Kafka sulla spiaggia del mio amato Murakami Haruki, a cui il titolo rende sempiterno omaggio.

Giorno 2: SUL LAGO DORATO

Non c'è bisogno di didascalia, vero?

Non c’è bisogno di didascalia, vero?

Questo è un tramonto, mia cara Virginia, che non necessita di molte parole. Anzi il sole qui è già tramontato, ma ha lasciato un pezzo di sè dentro una propaggine del lago di Durnholz. Lago in via di estinzione per via delle alghe che lo stanno rendendo torba. Ma a quel punto noi non ci saremo. E intanto era meraviglioso, quasi come il film.

Giorno 3: OMBRE LUNGHE

gruppo di ciaspolatori in sosta sotto il sole

gruppo di ciaspolatori in sosta sotto il sole

Anche qui mi viene in mente un libro (che strano, dirai tu), che ho letto da molto giovane, si chiamava Il paese dalle ombre lunghe, e aveva anche un gemello che si chiamava Il paese dalle ombre corte. Mi ricordo che sono libri che mi ha prestato mia zia, ricoperti con la plastica trasparente perché si conservassero meglio. Me ne ricordo il fascino ma non la storia. Però ora grazie a Google ho trovato che sono stati scritti da Hans Reusch, non sono più disponibili ma chissà, qualcuno magari un giorno li digitalizzerà. Intanto queste lunghe ombre sono la mia, quella della guida Roberto Paoli nostro accompagnatore, e quelle dei miei compagni di ciaspolate.

Giorno 4: PAUSA LIBRI

Visione dalla mia camera dove ha avuto inizio del mal di gola (per cui ora sono afona, meno male che i blog sono solo scritti)

Visione dalla mia camera dove ha avuto inizio del mal di gola (per cui ora sono afona, meno male che i blog sono solo scritti)

Si vede il sole che accende quel piccolo spazio tra i pini? Comincia una nuova giornata ma io sono costretta alla lettura da un mal di gola che non mi ha ancora lasciato. Così leggo due libri: Tutta colpa della neve (e anche un po’ di New York) di Virginia Bramati (che esce proprio oggi per Mondadori) e Chiamami anche se è notte di Michela Monferrini (che uscirà il 21 gennaio, ancora per Mondadori). Sì, lo confesso, erano letture di semilavoro. Ma mi hanno accompagnato molto piacevolmente. Libri lievi, scritti bene, avvincenti, che ti portano per mano fino all’ultima pagina. Quando il fisico non ce la fa, vale sempre la pena provare con la mente.

Giorno 5: RITORNO ALLA NATURA

Ovvero come, saliti un po', si vedono tutte le Dolomiti

Ovvero come, saliti un po’, si vedono sempre più montagne

Ed eccomi tornata in forma dopo una non dichiarabile quantità di aspirine e di oki. Dopata? Forse sì. Ma ciaspolo alla grande. Il sole è sempre lì, alto in un cielo con strappi di nuvole, e man mano che saliamo il panorama delle montagne si allarga. Dietro alle montagne ci sono altre montagne… ma quante montagne ci sono? Eppure dà una certa ebbrezza, guardare il mondo dall’alto, sarà questo il segreto di chi ama la montagna?

Giorno 6: CASA DI BAMBOLA

Non è deliziosa questa casetta?

Non è deliziosa questa casetta?

E con l’ultima citazione più teatrante, cara Virginia, siamo arrivati anche alla fine della vacanza. L’anno vecchio è finito e quello dopo è cominciato, senza soluzione di continuità per nostra fortuna. Come sarà? Magari come questa casetta di bambole: un rifugio microscopico, in cui forse in due si sta in piedi (ma non se si è molto alti), ma non manca la cura della tendine e dei rami di pino augurali. E quella tacca bianca e rossa di segna sentiero: non sei sulla strada sbagliata, continua ad andare…

Concludo ringraziando di cuore gli amici che mi hanno accompagnato nelle ciaspolate (Alberto, Giovanna e Simona in ordine alfabetico) e la guida che ci ha intrattenuto con i racconti più improbabili e che nemmeno nel paio di giornate grige che, a dispetto delle mie foto, ci sono state, ha perso il suo buonumore e la lucentezza. E naturalmente Sentierando, che ha organizzato il tutto.

Buonissimo 2014 a tutti!

Philomena: andate a vederlo!

Cara Virginia, faccio questo incitamento per i nostri amici lettori, perché proprio questo film mi è piaciuto e vorrei che tutti lo vedessero.

Di che cosa parla il film hanno detto moltissimo  tv e giornali, per cui basta ricordare che è una storia vera, di una signora irlandese che cerca il figlio avuto da ragazza, mentre era in collegio dalle suore, e da quelle stesse suore dato in adozione. Come finisce la ricerca non si può dire, visto che voglio mandare tutti i nostri lettori al cinema. Del resto nemmeno tu penso che lo abbia visto, e non ti vorrei mai togliere il piacere del vedere svolgersi la storia.

il trailer di Philomena

Ma quello che mi è piaciuto del film è anche altro. Judi Dench è fantastica ma si sapeva. Stephen Frears ha la regia asciutta e leggera dei britannici ma si sapeva. I cattolici irlandesi superano in talebanismo gli italiani ma si sapeva. E quello che non si sapeva non sta nella trama o nelle emozioni a volte forti che pure ti suscita. Sta in quell’equilibrio delicato delle scelte personali: il momento in cui si dice “ho deciso” e quella decisione è solo nostra e insindacabile perché viene da dentro di noi. Sta nella capacità di rispettare le decisioni degli altri anche quando la rabbia ci bolle dentro e non siamo per niente, ma proprio per niente d’accordo: perché i confini invisibili tra le anime sono invalicabili. Sta nella complessità di una vita in cui dolori e gioie, buio e luce sono ben distinti ma anche inseparabili: non ci è data un’altra vita, ma quella che abbiamo può essere molto piena. Questo mi ha trasmesso il film. E non mi sembra poco…

E certo Virginia, non mi potrai rispondere finché non avrai visto il film. Ma intanto apriamo ai commenti dei nostri lettori, che dici?

Admired Antonia

Natale da tre soldi

Cara Antonia, il titolo del post ti suonerà strano, ma leggi e vedrai che ha un senso. Ho visto uno spettacolo ieri sera in un teatro milanese, di quelli che stanno in periferia, ma che hanno un cartellone, qualcuno direbbe alternativo. Produzioni low cost e sforzo creativo, come credo i tempi richiedano. Al teatro Ringhiera lo spettacolo era tratto dall’Opera da tre soldi, ma era uno studio attento direi dei personaggi femminili dell’opera. Polly Pitchum si presenta formulando il proprio monologo con tre toni diversi: la brava ragazza, la ragazza tenace e poi l’insieme delle tre, rigorosamente vestita come una donna del sud Carolina con tanto di cappellone a falde. Il papà di Polly, capo dei mendicanti di Londra in questa versione sparisce per lasciare il posto a sua moglie, che comunque nell’opera aiuta il marito negli affari ed è  la mamma esagerata e invadente, lestofante come il marito.

Mamma_polly_pitchum

La versione drag deella mamma di Polly Pitchum

Le Ninas Drag Queen sono state fantastiche nel raccontare un’opera che a suo tempo aveva fatto scalpore, per voler coinvolgere il proletariato, come si diceva in quegli anni e farlo discutere circa il malcostume della classe abbiente,  rappresentando prostitute, ladri e mascalzoni matricolati alle prese con lo strapotere degli abbienti. Per ironia della sorte l’opera aveva avuto successo proprio nella classe che intendeva colpire, la borghesia.

La tradizione dell’opera è salva: le canzoni presenti nell’opera originale ci sono in parte e tra queste la ballata di Meckie Messer non manca, ma in totale c’è lo spirito critico e l’ironia intelligente del testo brechtiano.  Qui lo scalpore è che l’annuncio della grazia a Mackie Messer viene fatta sul play back di Petula Clark, Down Town. Del resto Brecht aveva dato indicazioni che l’annuncio venisse fatto da un messaggero a cavallo latore di un messaggio della Regina. Ogni epoca ha il suo scalpore.

V.

Cara Virginia, ecco come ci se la passa in città, dove le brume possono essere dimenticate dal fulgore del teatro! Ricordo (e qui chi non avesse capito l’età di Antonia se ne può fare un’idea) quando Brecht era IL TEATRO da andare a vedere, ricordo anche una professoressa più che illuminata che ce ne parlava al liceo. Ricordo anche come, giustamente per certi aspetti, sia stato oggetto di critiche e dileggio. Ripreso così, con una protagonista drag queen, mi sembra che gli farà piacere.

Mettiamo anche nel nostro Natale da tre soldi tanta creatività, visto che il resto langue?

Senti, però, la prossima volta che vai in un teatro di periferia dove hanno tanta creatività e pochi soldi mi avvisi prima che magari vengo anch’io?

Il bosco d’inverno

Cara Virginia, un breve post per raccontarti la gita di ieri. Gita breve, post breve. Molta acqua. Neve parzialmente sciolta dalla pioggia. Pioggia sottile e silenziosa, costante, come essere dentro una nuvola invece che sotto.

bosco d'inverno

Silenzio, come sempre nei boschi d’inverno, quando anche gli animali se ne stanno rifugiati e ben nascosti. Gli uccellini ad esempio, saranno tutti migrati al caldo? Le lepri hanno lasciato delle tracce, probabilmente quando questi fissati che devono camminare con ogni tempo si sono tolti dalle scatole esc0no a sgranchirsi le zampe, a cercare qualcosa da mangiare. Se non fosse così inospitale, sarebbe bello fermarsi in un bosco d’inverno a cercare dove si nasconde quella vita che poi, tra due o tre mesi, riemergerà cantando, sgorgando, correndo. E anche questo ti racconta, il bosco d’inverno: che le nuvole ci sono e possono anche decidere di fermarsi per giorni, che le stagioni non sono un’opinione (neppure le mezze stagioni), che quelle sporadiche foglie prima secche e ora zuppe d’acqua ancora attaccate al ramo fanno solo da eco alle tristezze personali. Loro sono lì e per la natura, madre natura, hanno lo stesso valore. E anche per noi, guardando bene, hanno la stessa bellezza.

Grazie a Sentierando per l’accompagnamento, per il pranzo di Natale in buona compagnia, e per le befanine che appenderemo al camino!

Antonia in a wintery mood