La madre di famiglia: insegna(mento?) da Livorno

L'insegna del 1923 del negozio La madre di famiglia, un nome un programma

L’insegna del 1923 del negozio La madre di famiglia, un nome un programma

1923-2013: a volte le cose non cambiano

1923-2013: a volte le cose non cambiano

Cara Virginia, chi di insegna ferisce di insegna perisce… e dunque guarda che cosa ho trovato a Livorno, nell’affollato centro dove c’è anche il mercato. Dalla foto non si riesce a vedere che l’insegna riporta anche la data 1923, ma nessun può avere dubbi. La madre di famiglia: 90 anni fa, il fascismo era appena cominciato e questo erano le donne. Ci siamo evoluti da allora? A giudicare dalla cucina che il negozio mette in vetrina non si direbbe, ma forse è una scelta di modernariato, oppure non si possono permettere altro…  non credo li aspetti un brillante futuro! E per finire, di fianco alla porta d’ingresso, ecco che cosa si trova:

La foto di fianco all'ingresso: volutamente inquadrata anche l'ambientazione

La foto di fianco all’ingresso: volutamente inquadrata anche l’ambientazione

Come si dice, un’immagine vale come mille parole…

Antonia as a reporter

Cara A., che immagini divertenti hai scovato. La dicono lunga le pentole di alluminio poggiate sui fornelli e la signora immortalata, direi folgorata, in posa quasi teatrale, mentre le vien mostrata la pezza di stoffa. Son sicura che la nostra sarà andata dalla sua sarta di fiducia o avrà cucito con le sue stesse mani. Io non saprei armeggiare con l’ago se non al costo di gravi ferite e colorite bestemmie; ma mi mancano questa e le altre arti femminili che un tempo eran ben catalogate in manuali divulgativi? Direi di no, se son compiti e non passioni. Ps:  mia nonna era sarta, tra le tante armi al suo arco, ma doveva essere quella meno promossa in famiglia; io ho ereditato quelle che più la connotavano come filibustiera e intraprendente.

V.

Advertisements

Non vorrei aver commesso un’imprudenza, a nascere donna.

Lo ha scritto Altan, non io, in una sua vignetta. Ma stasera guardavo le news della Gran Bretagna, e una storia raccapricciante di un gruppo di giovani che per otto anni, sottolineo otto anni, ha violentato e seviziato e fatto abortire e fatto prostituire delle ragazzine tra gli 11 e i 13 anni. Non si riesce a scrivere, da tanto fa venire il voltastomaco. E non si riesce ad immaginare. Io almeno non ci riesco, cara V. Che succeda in un paese civile, so called. In un paese che ha avuto le suffragette e in cui le donne lavorano e si considerano pari (abbastanza pari) da molto più tempo che da noi. Certo le ragazzine che sono esposte a questi rischi vengono da famiglie povere e magari immigrate e la loro debolezza e vulnerabilità sono estreme. E il machismo non è patrimonio esclusivo dei popoli mediterranei, anzi. E chissà, forse si dovrebbe essere contenti che di queste cose si parli, che la tele le racconti come altri fatti di cronaca, con un leggero accento sul fatto che i colpevoli sono stati condannati…. Ma ce la faremo mai, visto che ormai imprudenti lo siamo state?
Doubtful Antonia

Cara A, sai che su questi temi mi accendo, per non dire mi agito; ho lavorato troppo tempo  sui temi della violenza e del maltrattamento in famiglia per non sentirmi stretta in una morsa di sconsolata disperazione. Ancora? Non è cambiato nulla? Ancora è lì, nell’immaginario delle donne e degli uomini che non costruiscono relazioni equlibrate e di valore, quel quid che non ha nulla a che fare con l’amore, la sessualità e il banale rispetto tra esseri umani? Impudenti non per scelta,  sembra che il valore che ognuna di noi ha sia difficile da imparare ad indossare; più facile scopiazzare modelli visti e rivisti;  una volta si parlava di autorevolezza delle donne, termine che gli uomini hanno mutuato subito capendone il valore, contrapposto all’autorità. Poi la memoria è labile e ci si dimentica di imparare  a riconoscere il proprio valore, quello che ci contraddistingue per ricchezza e singolarità e a ribadirlo con autorevolezza, appunto.
V.