Si sono allungate le giornate

Cara Virginia, succede tutti gli anni. Verso la fine di gennaio, mentre si passa davanti alla finestra qualche collega dice “si sono allungate le giornate”. Ed è vero. E’ vero ed è una bella notizia. C’è una leggerezza e un sottofondo di gioia, nel poter dire “si sono allungate le giornate”. E si usa il termine giornata anziché giorno, che gli aggiunge del respiro, un tempo che si dilata, che ci si prende. Il giorno è una cosa dinamica, veloce, scandita. La giornata si distende, si trascina talora. La giornata è cosa da flâneur, cara Virginia, quale mi sembra tu ti definisca. Immagino che le giornate che si allungano facciano la gioia dei flâneur, no?
A.

 Cara Antonia, la giornata è cosa da flâneur. Se sei in ufficio ti accorgi meno del tempo che disegna luci e ombre nel corso del giorno; se girovaghi per motivi differenti le luci che la stagione ti offre sono diverse: hai bisogno di luce per essere visto se giri in bicicletta o in scooter, se giri in macchina ci vedi meglio con la luce cosiddetta naturale. Ed è giornata se le ore sono pesi per scandire il tuo tempo, indipendente dagli obiettivi del lavoro, dove il tempo è determinato dalle frazioni di quel tempo per raggiugere l’obiettivo prefissato…da qualcun altro, abbastanza lungimirante da condividerlo e donartelo come compito. Ma se non hai un compito dato da altri il tempo e la giornata sono una confezione per il compito che individui tu, in prima persona. Ho  qualche dubbio sul fatto che siamo capaci di essere flâneur, termine che aveva individuato Baudelaire e sistematizzato Walter Benjamin. Quest’ultimo aveva definito il flâneur un botanico del marciapiede, un conoscitore analitico del tessuto urbano, dotato di un ritmo che permettesse di portare a spasso le tartarughe a Parigi. Una sorta di pigrizia di fronte al caos umano che si stava aprendo (stiamo parlando della fine ottocento e inizi novecento: Baudelaire muore nel 1867 e Benjamin nel 1940, suicida il giorno prima che gli venisse concesso il permesso per espatriare in un paese fuori dall’Europa occupata dai Nazisti). Senza essere Parigi, Milano scopre il suo caos  di umanità, alle soglie di una ulteriore declinazione del termine “modernità” e c’è bisogno di capirne la direzione. Agli ardui la postera sentenza.
V.

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Milano che non si immagina

biciclette_milano

Cara Virginia, non si direbbe che è Milano, così a prima vista. Certo, conserva un’aria di pianura e la luce è abbastanza nordica (e soprattutto invernale). Era una mattina di sole, inaspettata in questo gennaio così lungo e grigio. Il sole era pallido e le ombre lunghe, ma mi dava lo stesso una grande gioia, la luce e la staccionatina di legno lungo la pista ciclabile. Così ho fatto la foto, ed eccola qui. Cosa aggiungere? Forse niente, se non che avere deciso di raccontare anche con le immagini la città e la nostra vita nella città che la contiene e un po’ la determina dà degli occhi nuovi con cui guardare. In parte certo, la città in cui si vive non la si guarda, non se ne conoscono i musei e le opere d’arte, privilegiando i luoghi che servono o quelli legati a un ricordo, a un momento speciale (nel bene e nel male). Si fanno sempre le stesse strade, e finché qualcosa non cambia non ci si fa caso. Ma in parte è anche il sapere di doverlo/poterlo raccontare che fa cercare le parole per dirlo. Anche questo è il blog, no?
Observing Antonia

Cara A., mi fai pensare con i tuoi riferimenti ad un luogo che non conosco e che non ho ancora mai incontrato. Eppure è a Milano. Ma come ben dici tu, sempre le stesse strade distolgono il nostro sguardo dall’inusuale. Siamo cioè costretti, donne e uomini in lotta contro il tempo a prendercene pochissimo per guardare e indossare poco lo sguardo del turista innamorato o anche banalmente incuriosito.  Eppure basta poco, e ti dirò, può essere una cura contro la noia da routine. Ho in mente di discutere da queste pagine di una figura che qualcuno ha inventato due secoli fa (niente paura, sto parlando solo dell’Ottocento, e pure della fine), il flaneur, che vuol dire colui che passeggia senza meta.
V.