Il mare non bagna Milano

Una prima visione del mare, esterno giorno

Una prima visione del mare, esterno giorno

Cara Virginia, c’era un librodi Anna Maria Ortese che si intitolava Il mare non bagna Napoli ed era un po’ strano, mentre Il mare non bagna Milano ed è come dire un po’ pleonastico.

Ma io quando vedo il mare durante un week end d’inverno ne sento di più la mancanza. Il mare d’estate sa di vacanza ed è bellissimo, ma il mare d’inverno ha un fascino struggente che non ha uguali.

livorno 8 dicembre

Incontro ravvicinato con il mare d’inverno

Ed ecco il tramonto

Ed ecco il tramonto

Ecco il breve racconto per immagini, e questa volta sono stupita che le foto siano decenti, del passaggio del sole sul mare. Non c’è bisogno di aggiungere tante parole, vero?

Admiring Antonia

Cara Antonia, credo che il mare provochi nostalgia perchè sia d’estate che d’inverno è uno degli elementi terrestri che permette di aprire l’occhio sull’orizzonte. Per il tempo che lo osservi hai la sensazione che lo sguardo possa andare più in là dei pochi metri, saturi di cose, che solitamente abbiamo sotto il naso in città. Alle tue immagini, manca lo sciabordio delle onde, che da il senso di potere del mare…ma direi che per stavolta ci affidiamo alla “sola”vista, che è già grata.

V.

Si sono allungate le giornate

Cara Virginia, succede tutti gli anni. Verso la fine di gennaio, mentre si passa davanti alla finestra qualche collega dice “si sono allungate le giornate”. Ed è vero. E’ vero ed è una bella notizia. C’è una leggerezza e un sottofondo di gioia, nel poter dire “si sono allungate le giornate”. E si usa il termine giornata anziché giorno, che gli aggiunge del respiro, un tempo che si dilata, che ci si prende. Il giorno è una cosa dinamica, veloce, scandita. La giornata si distende, si trascina talora. La giornata è cosa da flâneur, cara Virginia, quale mi sembra tu ti definisca. Immagino che le giornate che si allungano facciano la gioia dei flâneur, no?
A.

 Cara Antonia, la giornata è cosa da flâneur. Se sei in ufficio ti accorgi meno del tempo che disegna luci e ombre nel corso del giorno; se girovaghi per motivi differenti le luci che la stagione ti offre sono diverse: hai bisogno di luce per essere visto se giri in bicicletta o in scooter, se giri in macchina ci vedi meglio con la luce cosiddetta naturale. Ed è giornata se le ore sono pesi per scandire il tuo tempo, indipendente dagli obiettivi del lavoro, dove il tempo è determinato dalle frazioni di quel tempo per raggiugere l’obiettivo prefissato…da qualcun altro, abbastanza lungimirante da condividerlo e donartelo come compito. Ma se non hai un compito dato da altri il tempo e la giornata sono una confezione per il compito che individui tu, in prima persona. Ho  qualche dubbio sul fatto che siamo capaci di essere flâneur, termine che aveva individuato Baudelaire e sistematizzato Walter Benjamin. Quest’ultimo aveva definito il flâneur un botanico del marciapiede, un conoscitore analitico del tessuto urbano, dotato di un ritmo che permettesse di portare a spasso le tartarughe a Parigi. Una sorta di pigrizia di fronte al caos umano che si stava aprendo (stiamo parlando della fine ottocento e inizi novecento: Baudelaire muore nel 1867 e Benjamin nel 1940, suicida il giorno prima che gli venisse concesso il permesso per espatriare in un paese fuori dall’Europa occupata dai Nazisti). Senza essere Parigi, Milano scopre il suo caos  di umanità, alle soglie di una ulteriore declinazione del termine “modernità” e c’è bisogno di capirne la direzione. Agli ardui la postera sentenza.
V.