CoglioneNo, pensieri sulla campagna per difendere il lavoro dei creativi

Cara Virginia, faccio qualche nota a margine della divertente e dolente campagna CoglioneNo sul lavoro creativo.

Premettiamo che sono di parte.

E che non c’è molto da dire: la campagna racconta una realtà che chiunque lavori in azienda, oltre a chiunque lavori come creativo, conosce e sperimenta tutti i giorni. E già era uscito tempo fa un pezzo un po’ troppo lungo ma molto divertente sul lavoro non pagato, sul blog di Dario De Marco, Per tutto il resto c’è Facebook.

Tra le conseguenze della crisi economica, il lavoro non pagato è tra le peggiori. Ma sul lavoro creativo, la crisi economica ha solo aggiunto il tocco finale. Le avvisaglie c’erano, eccome. Il riconoscimento del valore del lavoro creativo era un problema, e una lotta quotidiana, anche 20, 30 anni fa. Ci dicevamo sempre, senti ma se fossimo degli ingegneri che presentano il progetto di un ponte, mica ce lo direbbero perché questo pilone non lo metti più a destra e secondo me devi fare prima il centro del ponte e poi i lati e così via. C’era sempre un sottotesto “Lo potevo fare anch’io” come si dice per l’arte contemporanea.

Anche la tecnologia ha dato il suo contributo: il valore della visibilità (ma al di sopra di quale soglia la visibilità è un valore?), gli strumenti che rendono facile fare una foto e un video, il linguaggio che con i social media è diventato quotidiano, facile, scanzonato. Come se fare i creativi fosse diventato più facile. Come se fare i creativi dipendesse dalla capacità di “smanettare” (hai mai sentito una parola più brutta?) con smartphone e social media, e di conseguenza anche dall’età anagrafica.

Che bella frittata!  Pronta per essere mangiata da azienducole e aziendette che hanno trovato nella crisi la buona scusa per non rispettare più niente e nessuno (se stesse comprese, ahimé).

Perchè diciamoci la verità,  ma che razza di progetto è mai quello per cui non c’è un budget? L’altro giorno su FB qualcuno ha postato una “offerta di lavoro”, anche sgrammaticata, per un esperto del lusso e della moda, creativo,  proattivo, disposta a lanciarsi anima e corpo in un progetto per il momento senza un soldo, ma forse domani chissà… Ma nemmeno quando uno fa i buoni propositi per l’anno nuovo li fa così approssimativi e a muzzo! (Persino quando uno si fa un progettino per sè, tipo mi apro un blog, un budget ce l’ha: magari è solo il suo tempo, di cui però conosce il valore perchè è un tempo sottratto a qualcosa d’altro, e a cui dà un valore perché lo mette in quel progetto.)

Sbaglio Virginia?

Angry, well, not that much, Antonia

Cara Antonia, l’argomento è scottante e temo di essere d’accordo con te; la domanda che mi nasce spontanea è circa il senso del lavoro e quello che ciascuno di noi può mettere di proprio, come competenza e come esperienza. Hai già detto molto tu, aspetto un altro post per proporre le mie riflessioni. Certo che questa mancanza di rispetto, piuttosto diffusa, in nome di non so bene quale profitto, mi urta parecchio.

V.

Advertisements

Lavorare stanca, ma pure non lavorare

Nuove specializzazioni

Nuove specializzazioni

Cara Antonia, oggi ti porto una riflessione leggera leggera, come un macigno.
Parlavo in questi giorni, con persone diverse,  della necessità di reinventarsi costantemente un’identità professionale. Prima era la rivoluzione digitale a proiettare in avanti chi aveva resistenze culturali o curricolari. Poi è arrivata la crisi economica a costringere  molte persone, donne e uomini a vacanze forzate dal lavoro  (quando ce lo si può permettere) o a riflessioni altrettanto forzate sulla vecchia massima: si chiude una porta, si apre un portone. Ma difficile capire per chi sia l’opportunità.  I dati certi della disoccupazione in Italia, e allargherei all’Europa, sono troppo pericolosi a mio avviso per essere divulgati e non son deputata a fornirne: quindi poco rigorosamente mi baso sull’esperienza che ognuno di noi fa della prossimità circa chi ha perso il lavoro o sta per perderlo. E i numeri crescono, come aumenta il numero di esercizi commerciali che anche in una grande città come Milano chiudono. Certo l’aria è pesante e quindi? Siamo alla decadenza dell’Impero e dell’Occidente insieme?  O forse il lavoro, come  realizzazione di un quid economico ha perso ogni significato, avendo difficilmente e solo per pochi risposto a motivazioni più profonde di realizzazione di sè. Dunque bisogna ritornare al baratto?

Trovo molto strano che tutto ciò accada in un momento tecnologicamente avanzato e dotato di miriadi di strumenti per esprimersi come non mai: mettersi a nudo oggi è l’azione più facile ed economica; basta la tastiera e la connessione ad Internet. Ma che cosa questo produca di monetizzabile, fatti salvi gli addetti ai lavori è difficile da individuare. Non ho una risposta, ma una lunga domanda composta di micro dubbi. E tu che cosa ne pensi?

V.

Cara Virginia, tocchi un tasto dolente e da cui escono domande e nessuna risposta.

Neppure io conosco i dati della disoccupazione, ma certo è facile immaginare che il moltiplicatore dell’economia, quello per cui i 10 euro che spendo passando di mano in mano ne creano 15 e poi 30 e via in modo più o meno esponenziale, funzioni anche nell’altro senso: meno soldi circolano meno ne circoleranno. E questo è il nodo che Keynes aveva affrontato teoricamente e Roosvelt praticamente nel 1929, con il famoso “fategli scavare delle buche ma fateli lavorare e pagateli per quello”. Ci sarà qualcuno che ha il coraggio di farlo?

Voglio però dire che l’immagine che hai messo in apertura mi irrita. Mi irrita il demagogismo che ci sta dietro, lo slogan che semplifica, fa effetto, fa anche la rima ma non spiega nulla e non dice nulla. Dietro a molti di questi slogan ci sta una pretesa: che siccome ho studiato ho diritto a un lavoro, che ho diritto a stare meglio dei miei genitori, che ho diritto ad avere una vita sicura, tranquilla, con un reddito che cresce costantemente. Io non credo che si abbia diritto a queste cose. Si ha diritto ad essere pagati per il lavoro che si fa. Si ha diritto ad avere l’opportunità di studiare. Si ha diritto ad essere curati quando si è malati, indipendentemente dal reddito. Si ha diritto al salario di disoccupazione se si è perso il lavoro. Dopo di che ci si prende in carico la propria vita. Ogni mattina. Tenendo conto che il mondo fuori da noi non è al nostro servizio, ma è il contesto in cui ci muoviamo. Se in mare scoppia una tempesta, hai voglia di arrabbiarti perchè non la volevi! Forse è meglio che ti rimbocchi le maniche, tiri giù le vele e ti appresti ad affrontarla.

Mi fai venire in mente un’altra cosa: il libro di Michele Serra, Gli sdraiati, che è in cima alle classifiche e ha scavalcato anche Fabio Volo. Io non l’ho ancora letto, ma so che parla di adolescenti e il titolo è illuminante, nella sua tristezza. Se finalmente ci alzassimo tutti in piedi? Per fare qualcosa, dopo aver protestato?

Politically incorrect Antonia

Cara A.,

L’immagine infatti voleva essere un pò provocatoria: a mio avviso il problema attuale è non il lavoro per, ma il lavoro. Punto.

V.

Time consuming

a' tazzulella e café

a’ tazzulella e café

Cara Virginia, pensavo ieri mattina, ai lavori che si definiscono time consuming. Un termine che non si riesce a tradurre con un’espressione che abbia la stessa precisione e la stessa sintesi. Pensavo che le cose che mi appassionano sono tutte altamente time consuming: leggere, lavorare a maglia, scrivere. Ma pensavo anche che è solo una prospettiva, il definirle così. Il fatto che ci voglia del tempo, anche molto tempo, per leggere, scrivere e costruirsi un maglione non vuol dire che tutto quel tempo non possa essere goduto, apprezzato, vissuto momento per momento, invece che consumato. E’ questo che mi sembra molto montaingnesco: che il tempo si vive tutto, attimo dopo attimo, e si consuma solo in certe logiche: prima fra tutte quella del lavoro, perché al mio tempo corrisponde un costo – e non voglio qui discutere della proporzione tra i due fattori – e perché il tempo lo sto vendendo a qualcuno. Ma penso che ci si possa e ci si debba esercitare nel vivere ogni momento, anche quelli di lavoro, appunto come momenti di vita e non come consumi di tempo. Anche se non sempre è facile…

Philosophical Antonia

Cara A., il tempo è costantemente al centro della mia esistenza e quanto dici mi rispolvera il vecchio adagio spesso mal interpretato del Carpe Diem, cogli l’attimo e oserei dire come fosse l’ultimo che ti è dato di vivere, con saggezza e apprendimento. Non nel senso che quindi ogni occasione va presa sennò ci coglie il rammarico, ma nel senso che il tempo, convenzione umana, è una dimensione dell’evoluzione di ciascuno di noi. Nessuna storia si racconta senza le categorie del prima, del durante e del dopo e oggi direi del piacere o della mancanza dello stesso che alcuni accadimenti provocano per essere ricordati. Credo che la difficoltà di declinare questa visione nelle nostre vite attuali, sia la mancanza di una vita un “pochino” speculativa, tale da rendere ogni nostro impegno anche uno spazio di godimento del tempo, non come consumo ma come tempo dove si eserciti la propria responsabilità.

Lavori femminili 1

knitting 1La maglia di cui sono appassionata, cara Virginia, è classificata tra i lavori femminili. Una volta c’erano anche dei negozi, di ” lavori femminili”, con gomitoli e fili, aghi e uncinetti. Nei romanzi le signore hanno sempre un lavoro in corso, un ricamo quelle ricche e un rammendo quelle  povere, e anche molte delle nostre mamme facevano quei lavori per necessità o virtù o piacere . In tutto questo nessuno  è riuscito a togliergli quell’ambiguità che deriva dall’abbinamento della parola lavoro, con le sue evocazioni di serietà, fatica, impegno, competenza e risultati, alla parola femminile, che suggerisce leggerezza, vanità, grazia. E forse è giusto così. Perché anche se richiedono costanza e capacità,  si fanno con un certo piacere. A’ propos, ecco la foto del mio lavoro in corso attuale: un pulloverino “a uovo” il cui segreto è  crescere dei punti per poi calarli (un po’ come diceva la mia amica dell’andare in montagna: perché fare la fatica di salire per poi riscendere?). Verrà fuori quello che mi immagino? E’ sempre un po’ una sorpresa. Finché non l’hai finito non sei sicura del risultato. Ma questo non è forse vero anche per tutti i lavori, maschili femminili e neutri?

Knitting Antonia

Cara A., con il tuo post s’aprono  riflessioni che attingono lontano nella memoria. Forse per la tua citazione della paziente arte del tessere (può essere intesa tessitura anche il lavoro dei ferri, degli uncinetti?) e qui Penelope, della quale pare non ci sian giunte effigi se non romane o più vicine a noi, spinge alla porta e s’intrufola con il suo arcolaio e accodato stuolo di ancelle. Ho una certa allergia alle definizioni di lavoro femminile, se questo aggettivo ha escluso le donne da professioni tradizionalmente riservate al maschile, come se fosse fare il medico, l’ingegnere e l’astronauta esclusivo appannaggio di competenze, non è mai attestato dalla biologia del cervello, appunto del maschile contrapposto al femminile. A ciascuno il suo, per carità! ma che dire allora della regale tessitrice, che a forza di fare e disfare la sua tela tiene ben ferme le mire politiche dei proci (e in tutto i giovanotti erano ben 109). L’avrà fatto insicura del risultato, speranzosa del benvolere degli dei? Sicuramente amo pensare che abbia tratto un suo piacere nel fare e disfare punti (mi pare che la metafora dell’amica della montagna torni più forte che pria) e far parte con discrezione di una trama più complessa, impossibile da completare. A proposito, Penelope neonata fu salvata da alcune anatre accorse ignare a evitare il destino di morte che il padre aveva deciso per lei.

Sul tema lavoro, mi riservo di fare un’ulteriore riflessione.

V.

Mia cara Virginia, quanto sono belli questi tuoi riferimenti classici riportati al nostro presente! Certo anche i ferri sono tessitura, alla fine. E Penelope è un’eroina quieta e démodé, ma che adoro!

A.

Api e locuste

Geoff Mulgan a Meet the media guru

Ancora animali e insetti, dirai che sono un po’ fissata, cara Virginia. Ma api e locuste questa volta vengono da un incontro organizzato qui a Milano da Meet the media guru, ospite Geoff Mulgan. Ohibò, chi era costui? Definiamolo il guru della social innovation, anche se lui ha aperto l’incontro dichiarando che non si sentiva certo tale. E’ un inglese cresciuto a campagne contro la Thatcher (e già questo ci piace), ha fatto l’advisor di Tony Blair, si occupa di quello di cui parla (e anche questo ci piace) e cita F.D. Roosevelt (e questo ci piace assai). Molto semplice nel parlare, diretto e chiaro. Ci parla della democratizzazione dell’innovazione. Che vuol dire che ormai l’innovazione non avviene più nelle grandi strutture industriali, nei grandi centri di ricerca, ma grazie alla diffusione della tecnologia e dei social media si è diffusa, e sempre più arriverà dal basso, dai singoli, dai gruppi. Ovvero da tutte quelle api operose che ogni giorno pensano, lavorano, creano, ci provano. E chi saranno mai le locuste? Beh, tutti quei simpatici finanzieri e manager che invece di fare i finanziatori e i promotori di innovazione hanno intascato e imboscato risorse e denari, complici governi e istituzioni. Più api e meno locuste dunque, in futuro, please. E ho trovato l’incontro molto incoraggiante, con un ottimismo intelligente. E ti dirò che nel mio piccolo, che è veramente piccolo visto che più che capetti ai ferri o all’uncinetto non ho inventato, nell’ape operosa mi identifico volentieri. Per una sintesi più esauriente e seria dell’evento, www.meetthemediaguru.org e www.nesta.org.uk.

Your faithful Antonia

Cara A., quanto dici mi fa pensare alla produzione della ricchezza, che a volte corrisponde al banale sostentamento derivato dal lavoro. E come il lavoro stesso sia cambiato come strumento di produzione. Ma su questo ho bisogno di riflettere e quindi apro solo lo spunto e lo lascio a tempi migliori. Grazie per lo stimolo, come sempre

Virginia