Insegna(mento) da Montelparo

Cara Virginia, torniamo alle insegne che ci danno sempre tanta soddisfazione. Questa è una lastra scolpita e inserita in un muro di pietra dal quale, per fortuna, non potrà essere rimossa se non con distruzione completa della casa.

La cassetta della posta... di quanto tempo fa? Almeno cent'anni, penso. Ci sarà ancora qualcuno che la usa, invece di consegnare la busta al vicino ufficio postale?

La cassetta della posta… di quanto tempo fa? Almeno cent’anni, penso. Ci sarà ancora qualcuno che la usa, invece di consegnare la busta al vicino ufficio postale?

Impostazione. Ai tempi dell’insegna, che io dato almeno cento anni fa ma potrebbero essere ben di più, probabilmente impostazione voleva dire soprattutto quello, mettere nella cassetta della posta. Ora è il significato numero due sul Devoto Oli, e il primo è quell’impostazione che usiamo normalmente, per un progetto o un lavoro. Ma se cerchi “impostazione” su Google ti dà la pagina iniziale del browser. E il nucleo “post” è quello che facciamo tutti i giorni o quasi su questo blog. In fondo le nostre lettere vengno postate invece che impostate… tutto cambia, ma tutto resta uguale (citazione imprecisa dal Gattopardo, lì si parlava di politica ed era più triste).

E che dire ai puristi della lingua che si turbano quando si usa una parola in un modo diverso, magari creativo? La lingua è viva e lotta insieme a noi… Tu che ne pensi, Virginia cara?

Yours Antonia

Cara Antonia, citanto il titolo di un libro di Carlo LeviLe parole sono pietre e come tali van trattate; un tempo venivano scolpite nella pietra e la nostra insegna, scovata per caso vicino a Offida, ce lo dimostra; in questo caso l’insegna ha un uso pratico, ufficiale. Eppure ci è sembrata tenera: a me ha evocato vecchie scene di cavalli e conducenti che si muovevano da una “Posta” all’altra per consegnare missive e plichi che per arrivare a destinazione ci mettevano giorni. Ci mettevano giorni anche per essere scritte, le missive: non sempre il mittente era in grado di scrivere e leggere, ma si affidava allo scrivano, che di mestiere faceva proprio questo, tanto che poi con l’avvento dell’istruzione obbigatoria, di neanche tanto tempo fa, è sparito. E qua mi viene in mente la scena di Miseria e Nobiltà, dove Totò è lo scrivano Felice Sciosciammocca, che di Felice ha solo il nome, vista la miseria in cui versa, e impiega una scena di un buon minuto per scrivere una lettera per il suo cliente di turno. Quando arriva alla fine, scopre che il cliente non potrà pagarlo.  Mica un click… insomma conversazioni di altri tempi.

Ps: Oltre alla scena dello scrivano

cito quella della spesa, altrattanto esilarante e  la propongo:

 

Virginia

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