Jojo Moyes c’est moi: diciamolo in coro!

Cara Virginia, era qualche giorno che mi dicevo, devo scrivere qualcosa su Jojo Moyes. Ah sì, dirai tu, e che mai devi dire?

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Il primo libro di Jojo Moyes pubblicato in Italia, l’anno scorso

Beh, è che mi sono domandata che cosa ci fosse che la rendeva così amata e così vicina. In Italia ci sono solo tre libri suoi pubblicati: Io prima di te, Silver Bay e Luna di miele a Parigi, che in realtà è solo un assaggio del libro vero che arriverà a marzo. Anche Silver Bay è stato pubblicato dopo Io prima di te, perché prima nessuno la conosceva. Io prima di te è stato un successo, in termini di vendite, ma la cosa che più colpisce è quanto è stato amato da lettori, blogger e lettori di blog. Ora io questi libri li ho letti, sì lo confesso, con un occhio un po’ snob e di superiorità. Salvo restare presa nella storia, ricordarmi la storia perfettamente e pure il finale ad un anno di distanza, e trovarmi senza argomenti per oppormi quando qualcuno mi osannava le qualità di Jojo Moyes. E soprattutto, visto che non mi interessa demolire nessuno, meno che mai uno scrittore che si fa amare, a chiedermi che cosa ci fosse in quei libri, in quel modo di raccontare, in quelle storie, che incidesse così profondamente e direttamente.

La ripubblicazione in Oscar di un altro libro di Jojo Moyes

La ripubblicazione in Oscar di un altro libro di Jojo Moyes

Ed ecco che ricorro al nostro amico Flaubert, di cui tutti ricordiamo il famoso “Madame Bovary c’est moi” e ti dico “Jojo Moyes c’est moi”. Credo che il segreto stia nella vicinanza: quella delle amicizie tra donne, una vicinanza di comprensione profonda come se tu stessa fossi in quella situazione, una vicinanza di racconto dettagliato ma con i dettagli scelti secondo i sensi e non secondo l’estetica o la ragione, una vicinanza di sentire condiviso perché sperimentato.

Questo è un assaggio, chiaramente. Il vero libro lo avremo a marzo

Questo è un assaggio, chiaramente. Il vero libro lo avremo a marzo

Ieri sera mentre tornavo nel buio del tardo pomeriggio ho pensato certo che sì, mi piacerebbe aprire una Libreria per signore, con tè e caffè annessi, con tanti libri per questo meraviglioso pubblico femminile che, ad ogni età e con ogni avversità, continua a cercare nella lettura le domande (sulle risposte sa già che non ci sono), la distrazione, la diversità da se stessa, tutti i pezzi di vita che una vita sola non consente.

Dreaming Antonia

ps: ho cercato delle immagini di librerie che potessero evocare lo spirito di questa Libreria per signore, ma senza successo. La buona notizia è che se metti in Google images lady’s bookstore vengono fuori un sacco di immagini di Michelle Obama e dei suoi figli. E un’ispirazione per un logo…

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Val Sarentino 1-6: Kafka sulla neve e altre amenità

Cara Virginia, sono passate le feste, si, quasi del tutto ormai. Sono tornata ed è giusto che ti dia conto dei miei girellamenti. Potrai notare che questa volta, complice il tempo che è stato quasi sempre bello, la qualità delle foto non è malaccio davvero. Luogo di svolgimento: Val Sarentino.

Giorno 1: KAFKA SULLA NEVE

Kafka sulla neve: metamorfosicamente, il manto nevoso si adatta al terreno che copre

Kafka sulla neve: metamorfosicamente, il manto nevoso si adatta al terreno che copre

Che cosa più kafkiano di un manto di neve che si adatta al terreno, qui adaginandosi tra le rocce e restituendoci, un giorno circa dopo essere caduto, la forma originaria di quello che sta sotto. Si chiama proprio metamorfismo, questo fenomeno, cara Virginia, e mi ha fatto venire in mente Kafka sulla spiaggia del mio amato Murakami Haruki, a cui il titolo rende sempiterno omaggio.

Giorno 2: SUL LAGO DORATO

Non c'è bisogno di didascalia, vero?

Non c’è bisogno di didascalia, vero?

Questo è un tramonto, mia cara Virginia, che non necessita di molte parole. Anzi il sole qui è già tramontato, ma ha lasciato un pezzo di sè dentro una propaggine del lago di Durnholz. Lago in via di estinzione per via delle alghe che lo stanno rendendo torba. Ma a quel punto noi non ci saremo. E intanto era meraviglioso, quasi come il film.

Giorno 3: OMBRE LUNGHE

gruppo di ciaspolatori in sosta sotto il sole

gruppo di ciaspolatori in sosta sotto il sole

Anche qui mi viene in mente un libro (che strano, dirai tu), che ho letto da molto giovane, si chiamava Il paese dalle ombre lunghe, e aveva anche un gemello che si chiamava Il paese dalle ombre corte. Mi ricordo che sono libri che mi ha prestato mia zia, ricoperti con la plastica trasparente perché si conservassero meglio. Me ne ricordo il fascino ma non la storia. Però ora grazie a Google ho trovato che sono stati scritti da Hans Reusch, non sono più disponibili ma chissà, qualcuno magari un giorno li digitalizzerà. Intanto queste lunghe ombre sono la mia, quella della guida Roberto Paoli nostro accompagnatore, e quelle dei miei compagni di ciaspolate.

Giorno 4: PAUSA LIBRI

Visione dalla mia camera dove ha avuto inizio del mal di gola (per cui ora sono afona, meno male che i blog sono solo scritti)

Visione dalla mia camera dove ha avuto inizio del mal di gola (per cui ora sono afona, meno male che i blog sono solo scritti)

Si vede il sole che accende quel piccolo spazio tra i pini? Comincia una nuova giornata ma io sono costretta alla lettura da un mal di gola che non mi ha ancora lasciato. Così leggo due libri: Tutta colpa della neve (e anche un po’ di New York) di Virginia Bramati (che esce proprio oggi per Mondadori) e Chiamami anche se è notte di Michela Monferrini (che uscirà il 21 gennaio, ancora per Mondadori). Sì, lo confesso, erano letture di semilavoro. Ma mi hanno accompagnato molto piacevolmente. Libri lievi, scritti bene, avvincenti, che ti portano per mano fino all’ultima pagina. Quando il fisico non ce la fa, vale sempre la pena provare con la mente.

Giorno 5: RITORNO ALLA NATURA

Ovvero come, saliti un po', si vedono tutte le Dolomiti

Ovvero come, saliti un po’, si vedono sempre più montagne

Ed eccomi tornata in forma dopo una non dichiarabile quantità di aspirine e di oki. Dopata? Forse sì. Ma ciaspolo alla grande. Il sole è sempre lì, alto in un cielo con strappi di nuvole, e man mano che saliamo il panorama delle montagne si allarga. Dietro alle montagne ci sono altre montagne… ma quante montagne ci sono? Eppure dà una certa ebbrezza, guardare il mondo dall’alto, sarà questo il segreto di chi ama la montagna?

Giorno 6: CASA DI BAMBOLA

Non è deliziosa questa casetta?

Non è deliziosa questa casetta?

E con l’ultima citazione più teatrante, cara Virginia, siamo arrivati anche alla fine della vacanza. L’anno vecchio è finito e quello dopo è cominciato, senza soluzione di continuità per nostra fortuna. Come sarà? Magari come questa casetta di bambole: un rifugio microscopico, in cui forse in due si sta in piedi (ma non se si è molto alti), ma non manca la cura della tendine e dei rami di pino augurali. E quella tacca bianca e rossa di segna sentiero: non sei sulla strada sbagliata, continua ad andare…

Concludo ringraziando di cuore gli amici che mi hanno accompagnato nelle ciaspolate (Alberto, Giovanna e Simona in ordine alfabetico) e la guida che ci ha intrattenuto con i racconti più improbabili e che nemmeno nel paio di giornate grige che, a dispetto delle mie foto, ci sono state, ha perso il suo buonumore e la lucentezza. E naturalmente Sentierando, che ha organizzato il tutto.

Buonissimo 2014 a tutti!

Tom Wolfe: il mondo non è come lo descrive lui, per fortuna

Cara Virginia, eccomi di nuovo a parlarti di un libro. Il vizio non si può perdere, giusto?

Ho da poco finito di leggere “Le ragioni del sangue” di Tom Wolfe. Tom Wolfe a me fa questo effetto: che nessuno dei suoi personaggi mi piace o mi piacerebbe incontrarlo, anzi, me ne terrei volentieri alla larga. La sua rappresentazione del mondo è sempre esasperata. Anche ben esasperata, e ogni volta prende di mira una città, dei gruppi etnici oppure socioeconomici, e no, di sconti non ne fa a nessuno.

Tom Wolfe: dandy in bianco per una volta senza cappello

Tom Wolfe: dandy in bianco per una volta senza cappello

Quest’ultimo libro è ambientato a Miami, tra cubani, russi e afroamericani. Non ti fa neanche venire voglia di andare a Miami. Ma ti tiene attaccato alla storia. L’ho cominciato e fino a che non ho finito le 500 e passa pagine non mi sono fermata. Ma l’ho chiuso con un certo sollievo. Non per la fine della storia, ché anzi restano alcuni personaggi di cui si vorrebbe sapere di più o che si vorrebbe seguire ancora nelle loro vicende. Ma perché il lato meschino, debole e oscuro dei personaggi è sempre così in evidenza, così esasperato che si vuole una tregua.

la copertina del libro di Tom Wolfe, Mondadori

la copertina del libro di Tom Wolfe, Mondadori

Anche perché per fortuna, mia e di tutto il genere umano, i lati meschini e oscuri che pure tutti abbiamo, il più delle volte sono sfumati, temperati o stemperati in tutto quello che di buono tutti (tutti?) abbiamo.

Yours, always reading Antonia

Raccontare dal punto di vista dei bambini: due libri, uno bello e uno un po’ meno

Cara Virginia, sapendoti molto affaccendata oggi mi limito a raccontarti due letture, senza pretendere risposte.

Sono due libri che hanno in comune il punto di vista del racconto, quello dei bambini. Il primo è un libro di cui ho già accennato e anche fatto vedere la copertina perchè è bellissima, NoViolet Bulawayo, We Need New Names (non ancora tradotto in italiano):

NoViolet Bulawayo, We Need New Names

NoViolet Bulawayo, We Need New Names

Anche il secondo ha una copertina molto bella e un titolo altrettanto: L’oceano in fondo al sentiero di Neil Gaiman:

L'oceano in fondo al sentiero di Neil Gaiman

L’oceano in fondo al sentiero di Neil Gaiman

Devo confessare, come peraltro si capisce dal titolo, che We need new names mi è piaciuto molto e Gaiman meno. La voce dei bambini è in entrambi credibilissima, e questo porta uno struggimento e un’intensità che mi sono care. Ma mentre Gaiman racconta di cose fantastiche, e la cupezza, che spesso ci rifiutiamo di attribuire al mondo dei bambini ma in cui poi ci identifichiamo quando la troviamo sulla pagina, la possiamo scansare perchè alla fine si tratta di un mondo palesemente immaginario, nel caso di “We need new names” la storia è vera e presente come se fossimo lì, nello Zimbawe distrutto o nella Merrica in cui la protagonista emigra, senza risposte e senza soluzioni. Ed anche il titolo è meravigliosamente espressivo: se ce ne siamo andati dal posto dove siamo nati, e non siamo più di quel posto ma non siamo nemmeno di quello nuovo dove siamo approdati, tutti i nomi che conosciamo sono inutili, e ce ne vogliono di nuovi. Quanti? Per quanto tempo? NoViolet Bulawayo ci mette di fronte a un dilemma e ci lascia lì, attoniti.

Yours Antonia

La pioggia nel pineto: gita in montagna tra le nuvole con divagazioni

Cara Virginia, ieri pioveva. Pioveva e sembrava novembre, invece che la metà di settembre. Ed era anche freddino. Ma gli intrepidi della montagna e quelli che non riescono a fermarsi hanno solo cambiato meta, bagnandosi il pelo senza perdere il vizio. Così il gruppetto di Sentierando si è avviato verso il lago di Branchino, nel profondo delle valli bergamasche.

Il lago di Branchino tra le nuvole. La stessa foto che avrei potuto fare io ieri.

Il lago di Branchino tra le nuvole. La stessa foto che avrei potuto fare io ieri.

Pioveva nel pineto che abbiamo attraversato, che non era un pineto di mare come da dannunziana memoria, ma  un bosco con tanti pini e anche faggi ed altri alberi; e la pioggia era leggera e delicata quasi, non cantava, mormorava appena. Ma alcuni ricordi di scuola sono ben attaccati, e dunque pensare al Vate era inevitabile. Peraltro dato che il Vate pubblicava per Mondadori, forse ti ho raccontato di avere letto un po’ delle corrispondenze tra Arnoldo Mondadori e D’Annunzio, che vertevano principalmente sui soldi (come quasi tutte le lettere degli autori, anche i più grandi e nobili, al loro editore), in cui Arnoldo veniva chiamato Mondadoro… d’altro canto l’edizione completa delle opere del Vate avrebbe dovuto avere i titoli e il suo nome stampati in oro zecchino!

Usciti dal pineto, comunque, e man mano che salivamo, la pioggia si diradava e le nuvole restavano sotto, emanando vapori e muovendosi appena. E poi siamo arrivati al rifugio Branchino, dove c’era un bel paiolo in cui ci hanno fatto la polenta. Emanavo umidità dalle scarpe infangate e dai capelli (molto più che the one with the messy air, come scrisse mia sorella), e il calore della cucina economica e dei piatti fumanti era davvero piacevole.

Il rifugio Branchino. Nessun dubbio che la foto non l'abbia fatta io!

Il rifugio Branchino. Nessun dubbio che la foto non l’abbia fatta io!

Ringrazio dunque Sentierando per la perseveranza nonostante le avversità climatiche, e la compagnia gitante che ha condiviso acqua, polenta e la buona stanchezza fisica. Alcuni tra gli elementi fondamentali della sopravvivenza.

Antonia che cammina tra le nuvole

Mantova Festivaletteratura: post in contumacia 3, la scuola secondo Affinati

Cara Virginia, eccomi ad un’altra, ma forse ultima, puntata sul Festivaletteratura di Mantova. Qui parliamo di scuola, partendo dal libro Elogio del ripetente di Eraldo Affinati. Un titolo che dice tutto, in un certo senso, ma apre anche porte che in genere si preferisce non aprire. Affinati resta lo stesso sia che si trovi intorno ad un tavolo con quattro blogger, sia dietro ai microfoni di Farenheit, sia davanti a 300 persone nel cortile di un palazzo storico di Mantova.

Eraldo Affinati durante l'incontro con i blogger Jacopo Cirillo di Finzioni, Patrizia La Dagadi Le ultime 20, Claudia Consoli di Critica Letteraria e Laura Pezzino di Bookfool

Eraldo Affinati durante l’incontro con i blogger Jacopo Cirillo di Finzioni, Patrizia La Daga di Le ultime 20, Claudia Consoli di Critica Letteraria e Laura Pezzino di Bookfool

E’ sempre preciso, accurato ma anche caldo e appassionato. Qui sotto trovate delle citazioni limpidissime raccolte su Twitter.

tweet su Affinati

Si vede che le cose che racconta le ha vissute tutte e non si è risparmiato. Si vede che ad una scuola diversa, in cui ci sia un tablet per tutti, in cui si leggano i libri e non i commenti ai libri, in cui chi fa lo sforzo titanico di uscire da un contesto disagiato (per usare un eufemismo) non va confuso con chi ha la scuola in casa, non solo ci crede ma ci lavora davvero, tutti i giorni, con le sue possibilità (e tu sai, Virginia, che io credo molto nelle possibilità di ognuno di noi di produrre dei cambiamenti) e con la sua energia (che sembra inesauribile). Ci sono echi di Don Milani, certo, ma mi è piaciuta molto la convinzione che i libri, la letteratura, servono soprattutto a quelli che ne sono più lontani: i ripetenti per esempio.

Admiring Antonia

Zadie Smith: concerto per blogger e voce sola

Zadie Smith a Roma mentre parla con i blogger

Zadie Smith a Roma mentre parla con i blogger

Zadie Smith e i blogger al lavoro

Zadie Smith e i blogger al lavoro

una foto di gruppo di Zadie Smith con i blogger

una foto di gruppo di Zadie Smith con i blogger

Cara Virginia, lunedì scorso a Roma ho avuto il privilegio di assistere ad un incontro tra i blogger Silvia Dall’Amore di Finzioni, Giuseppe Fantasia dell’Huffington Post (che non ha ancora scritto il pezzo e non lo posso linkare!), Gloria Ghioni di Critica Letteraria, Lugi Ippoliti di Flanerì e Patrizia La Daga di La ultime 20 (in ordine alfabetico) e Zadie Smith. L’occasione era la pubblicazione dell’ultimo libro, NW, shortlisted per l’Orange Prize in Gran Bretagna. E’ stato davvero come ascoltare un concerto.

Come ho detto in altre occasioni, mi piace come i blogger affrontano questi incontri: chiedono quello che veramente gli preme, fanno le connessioni che gli vengono in mente, osano e volano. Sono se stessi, sono dei lettori, sono anche degli esperti. Ma sono liberi, rendono conto solo a se stessi e al loro pubblico, che ovviamente li segue perchè ci trova qualcosa che gli corrisponde. Per cui gli incontri sono caldi, veri, stimolanti. Zadie Smith ha una voce profonda, consona al suo modo di rispondere, pacato, pensoso. Ha vissuto in Italia e quindi a un certo punto le domande erano fatte in italiano e le risposte in inglese. E io non ho avuto il coraggio di chiederle come fa ad annodarsi intorno alla testa quei foulard che la rendono così unica anche nell’apparenza.

Il reading di Zadie Smith alla basilica di Massenzio a Roma per il Festival delle letterature

Il reading di Zadie Smith alla basilica di Massenzio a Roma per il Festival delle letterature

Infine, mi resta molta invidia per chi, come la mia amica Chiara Ferrero che sta a Roma, si è potuta godere lo spettacolo del reading di  Zadie Smith alla basilica di Massenzio per il Festival delle letterature. Con un turbante da sera, come si vede dalla foto qui sopra, che proprio Chiara mi ha mandato.

Delighted Antonia (again)

Massimo Donati: spezie e d’intorni

Cara Antonia, ci siamo scambiate poche impressioni ieri sera alla presentazione del libro di Massimo Donati. Semplicemente non c’è stato tempo. E stamattina pensavo a Jacopo Cirillo e a Massimo Donati che alla Libreria Popolare di Via Tadino hanno fatto di tutto per non svelare i particolari del libro “Diario di Spezie“. Un thriller, un giallo, un noir? ho avuto la sensazione netta che un genere solo non basti a contenere le idee di Massimo e le sue attente riflessioni sulla scrittura. Lo ha detto in tutte le salse, punzecchiato in modo spumeggiante da Jacopo: scrivere un romanzo non è cosa facile e Massimo dice di aver imparato molto nella scrittura del suo “Diario di spezie”. E poi ha parlato della Banalità del Male, giusto il tempo per sollecitare la mia curiosità sul tema. Non ho ancora letto il libro, ma mi sono fatta l’idea che questa volta il “morto” non c’è, ma che al posto di un ingombrante cadavere ci sia l’irresistibile leggerezza del segreto e del male profondo (sempre ammesso che si riesca a individuarlo) da scoprire, con tutti i suoi pesi.

ps: ho scoperto che Jacopo è sceneggiatore di Paperinik, il lato oscuro di Paperino: lo amo già solo per questo!

due bravi attori di cui non so il nome leggono dei brani da Diario di spezie di Massimo Donati

due bravi attori di cui non so il nome leggono dei brani da Diario di spezie di Massimo Donati

Cara Virginia, contribuiscono con questa foto di qualità modesta che ritrae i due attori mentre leggevano dei brani di Diario di spezie. Anche dalla loro lettura, attenta, misurata, sillabata a momenti, si percepiva il lavoro di costruzione che c’è dietro questo libro, e che ho trovato interessante venisse dichiarato. Perchè spesso sembra che agli scrittori i libri gli vengano così, sedendosi davanti al computer. E a noi che come scrittura ci limitiamo a queste poche righe, mica ce la danno a bere!

E ora non ci resta che leggere il libro!

Antonia in a hurry

Fabio Genovesi e la storia del pescatore

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Vista del lago Massacciuccoli

Cara A.,

ho ascoltato  la storia di Fabio Genovesi e mi ha commosso, come dice lui, mi ha toccato la pancia: l’accento discretamente toscano, il tono e la storia che ci ha regalato mi ha proprio placato. Fabio mi ha portato in un tempo lontano, a Torre del Lago e lo so che non c’entra ma mi son vista Puccini sparare alle foglie. Ho rivisto le Panda di prima generazione che  avevano colori da catalogo: non avevano ancora scoperto i colori metallizzati. Mi ha presentato un  papà che ha scelto un lavoro meno remunerativo per stare con il proprio figlio. La birra, fresca da frigobar,  che beve il papà pescatore sul lago alla fine della storia ha dissetato anche me; grazie Fabio, se avessi parlato di salmoni, avrei pensato al tuo babbo come al Re Pescatore che ha sempre la saggezza giusta, e senza esserlo veramente re ti fa sentire comunque principe.

icona_audio  Ascoltate la storia di Fabio Genovesi: fabio_genovesi

Cara Virginia, che belle parole hai scelto per commentare questa storia. A me aveva ricordato invece, per qualche strano giro della mente, il padre di La vita è bella di Benigni, che trasformava il campo di concentramento in un luogo magico per proteggere il figlio dagli orrori della realtà. Qui siamo in un ambito ben diverso, ma il senso di protezione e accudimento,  e il calore di questo rapporto sono gli stessi. Commovente. Un grazie di cuore a Fabio.

Aggiungo una nota tecnica: Fabio Genovesi ha scritto due bellissimi libri, Esche vive e Versilia Rock City, entrambi Mondadori, e ne sta scrivendo un altro, in cui racconterà quello che il mare restituisce e che le spiagge raccolgono. Lo aspettiamo con trepidazione…

Se non ti perdi non puoi ritrovarti: Grosz e la storia che non si può raccontare

Il libro di Stephen Grosz, Mondadori

Il libro di Stephen Grosz, Mondadori

Pensa che sono conosciuta per una di gusti difficili circa la lettura, cara Virginia. Eppure di libri che mi piacciono ne trovo, oh sì che ne trovo. Questo si intitola “Una storia che non possiamo raccontare”, ma mi ha colpito il sottotitolo: Come perdiamo e ritroviamo noi stessi (in Italia lo pubblica Mondadori). E’ scritto da Stephen Grosz, uno psicanalista americano che vive e pratica in Inghilterra. E’ un libro molto semplice, in cui Grosz racconta i percorsi di alcuni suoi pazienti dentro se stessi, alla ricerca delle origini e qualche volta del perché dei loro malesseri. Non è un libro nuovo, da questo punto di vista, che anzi ce ne sono un sacco. Quello che mi ha colpito profondamente (e uso profondamente proprio in senso letterale, non come modo di dire) è il modo in cui Grosz accompagna i suoi pazienti in questi percorsi. Lo fa senza pregiudizio alcuno, mosso soltanto dal desiderio di conoscere, di scoprire e di capire. Rispettando i tempi necessari. Con le domande utili e i silenzi necessari. Senza voler far rientrare le persone dentro delle caselline prestabilite.

E’ questo che mi è piaciuto del libro. Che non si cerca di trovare una ricetta che vada bene per tutti. Che non si cerca di insegnare qualcosa, dall’alto della cattedra o dell’esperienza. L’accompagnamento di Grosz ha una qualità umana delicata e leggera, ed anche affettuosa.

Sì, per questo mi è piaciuto.

Reading Antonia

La psicoanalisi contemporanae in una vignetta del New Yorker

La psicoanalisi contemporanae in una vignetta del New Yorker

Cara A., ti ho detto spesso quante perplessità io nutra circa le terapie psicologiche, per motivi che non è luogo questo deputato a mettere in luce. Tuttavia mi convinco sempre più che l’ascolto attivo, partecipativo e scevro di giudizio oltre alla necessità di raccontarsi siano due bisogni del genere umano quasi primigeni (troviamo l’assenza di pregiudizio pure nella piramide di Maslow, ahinoi). E credo che uno degli aspetti che rende avvincente la lettura di questo testo, molto lontano dai Casi Clinici di Freudiana memoria, sia il racconto circa gli sgambetti e le reticenze che ciascuno di noi mette in atto nei momenti di difficoltà o semplicemente nell’evoluzione che l’esperienza ci costringe a fare. Il segreto in senso etimologico vuol dire anche questo: tenere al chiuso e ben nascosto qualche volta la parola che una volta pronuniciata  è una chiave per lo scrigno segreto. In un epoca in cui sembra che ciascuno racconti tutto di sè, senza remore, credo sia molto utile avere una sorta di bussola per capire meglio che cosa ci vien detto.

V.