Murales oppure no?

murales io io ioCara A, come ti avevo preannunciato, contro ogni mia pigrizia e bisogno di concentrazione (come rimpiango la stanza tutta per sé di Virginia Woolf, che aveva un altro senso che sia chiaro, ma voleva dire stare al calduccio a casa) ho iniziato per motivi diversi ad attraversare la città da nord a sud, dal centro alla periferia e ritorno. E ho scoperto un’espressione che non farà piacere all’amministrazione comunale, ma a me diverte per gli stimoli che deriva. Un umano in movimento, che non ha scelto internet per esprimersi o dei social network che avrebbe ben maggiore visibilità ma che occupa muri, pareti più o meno visibili al passante o automobilista veloce. Frasi immortalate fino alla prossima cancellazione del solerte imbianchino comunale, che parlano di tutto, commentano tutto. Si esprimono insomma. Anche sulla testata di un bancomat.

V.

E certo che questo murales aperto a qualsiasi interpretazione, cara Virginia.  Verrebbe da dire, se io io io io è il tuo orizzonte, per forza che ti senti solo. Oppure è perché ti senti solo che non riesci a scrivere altro che io io io io? Ma buttati anche tu sui social network, dove si comincia con io ma si finisce in share. Siamo di fronte ai sintomi dell’eccesso di individualismo della società opulenta? Mi fa un certo effetto, ad essere sincera, parlare di società opulenta. Capisco che il termine è stato coniato pensando alla povertà del terzo mondo, ma adesso suona un po’, beffardo direi. Il che non toglie l’eccesso di individualismo, le distorsioni che ha prodotto e il malessere che i singoli sentono. Insomma, la prossima volta Virgi, trovami un murales scanzonato o dissacrante, così da non scriverti delle risposte tristanzuole… Ultima domanda: chi sarà mai Eveline che si sente solo?

Slightly saddened Antonia

Scriviamo un futuro semplice per un passato imperfetto.

futuro_milano

Cara Virginia, in certi casi chiamare writer chi scrive sui muri è corretto. Questo in particolare conosce la grammatica e la sintassi al punto tale da creare un certo effetto. Dopo l’effetto però la domanda sorge spontanea (o spintanea, come dici tu): che vuol dire? Di questo non sono sicura. Temo che il futuro semplice non appartenga al genere umano. Non solo perché non gli appartiene il futuro finché non diventa presente, e abbiamo visto i “future” dove ci hanno portato (e mi sa ci stanno ancora portando). Anche la semplicità è più facile a dirsi che a farsi. Che cosa ci metteresti, Virginia, in un futuro semplice?

Potremmo farcelo raccontare dai nostri lettori (non ne abbiamo ancora molti, ma dài, almeno gli amici ci daranno una mano).
Gli facciamo la domanda diretta: che cos’è per voi un futuro semplice?
Tua filosofica, Antonia

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