Foucault e il senso del potere

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Il potere non è una proprietà, non è una potenza; il potere non è altro che una relazione che non si può, e non si deve, studiare se non  in funzione dei termini entro i quali si svolge. Non si può quindi scrivere la storia degli stati o dei popoli, ma soltanto la storia di ciò che costituiscono, uno di fronte all’altro, questi due termini. DI CUI UNO NON E’ MAI L’INFINITO, E L’ALTRO NON E’ MAI LO ZERO.

Cara Antonia, oggi ti parlo di una frase che ho trovato sulle pareti del cortile degli Archivi Nazionali a Parigi. Vedere diversi pannelli che ritraessero massime di autori francesi affissi nel cortile d’onore mi ha fatto pensare a Pompei e all’uso antico di scrivere sui muri o dipingere manifesti politici in un’epoca in cui la carta non veniva prodotta in quantità industriali come accade oggi. Con massima libertà l’espressione e la sintesi  sono manifeste a imperitura vista (finchè il crollo dovuto all’incuria non le cancellerà). A Parigi il rischio crollo non c’è vista la cura del patrimonio che i Francesi hanno da sempre. Ora non so se basta un post per commentare il concetto che esprime Foucault in poche righe. Ma la prima riflessione che mi sovviene: pensare al potere come ad una relazione tra due termini, l’uno mai infinito e l’altro mai pari a zero mi sollecita parecchio. Il senso del potere che abbiamo ereditato, soprattutto in Italia si è scordato dell’etimologia della parola, il verbo potere voleva dire essere in grado di fare qualcosa e oserei dire per questo motivo essere grande, più grande di altri. Dopo 2000 anni il tema è aperto e ha declinazioni meno fortunate.

E se tornassimo a pensare alla relazione, in termini matematici, tra esseri viventi? E magari provassimo ad agire di conseguenza? a te la piuma, mia cara Antonia.

V.

Cara Virginia, mi sembra di tornare agli adorati studi di sociologia, star qui a ragionare del potere. E’ vera questa distorsione della parola, che dall’essere una porta aperta sulla ricchezza della vita diventa una morsa soffocante e uno sforzo quotidiano. Penso alle aziende e ai loro manager, all’inseguimento di un potere che più salgono e più gli sfugge. Penso ai politici e alle trattative estenuanti che il potere porta con sè, e di cui sembrano spesso sorpresi. E’ forse questa la prova, in termini più concreti, che nessuno è infinito e nessuno è zero. Grande Foucault (soprattutto a piccole dosi)!

Plumy Antonia

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Il senso di Mueck per il realismo

mueck_cartier

Cara Antonia, oggi ti parlo di una mostra che ho visto a alla fondazione Cartier di Parigi e che neanche a dirlo mi ha impressionato. Conoscevo l’autore, l’australiano Ron Mueck, ma non avevo ancora avuto l’occasione di vedere dal vivo le sue opere. E non c’è che dire: in questo caso la realtà supera la fantasia; nel senso che vedendo le sculture realizzate con i materiali più chimici (resine, plastilina insomma il das che utilizzavamo da bambini) mi sono riconciliata con la materia più naturale. La materia come ingombrante peso nello spazio, come citazione colta di altre opere e la fisicità della stessa. La statua che puoi vedere sulla copertina dell’opuscolo ha per titolo titolo “Woman with Sticks”; è piccola (non supera il mezzo metro in altezza) eppure a me ha trasmesso il senso della fatica che la donna fa nel portare la fascina. E allo stesso tempo mi ha suggerito la magia della donna strega che è totalmente in contatto con il bosco magico, popolato da creature notturne, tanto da essere dimentica della propria nudità. Non so se ho reso l’idea….

Ron Mueck all’opera

V.

Cara Virginia, il nome e anche la copertina del catalogo mi hanno fatto sentire una totale ignoranza in merito. Ma per fortuna abbiamo internet, ed è bastata una piccola ricerca, e uno slideshow su Wallpaper per farmi ricordare di aver visto alcune di quelle sculture e di aver anche letto qualcosa in merito. Mi avevo colpito il viso schiacciato di lato, e più in generale la rappresentazione fotografica, che non siamo (non sono?) abituati ad associare con la scultura. Grazie ai materiali più chimici il nostro Ron è riuscito a fare delle sculture naturali… a bit of Frankenstein, may be?

Ignorant Antonia

I lampioni di Monza

Lampioncino parisian style

Lampioncino parisian style

Ieri sono andata a cena da un’amica a Monza. Pur essendo tanti anni che vivo a Milano, penso di non essere mai stata prima a Monza. E’ chiaro che anche l’amica non ha sempre abitato a Monza, sennò ci sarei capitata. Ieri era una sera piovosa e abbastanza cattiva, pioggia gelata e strade deserte e un certo senso di abbandono. Ma i lampioni lungo il Lambro, non so se si può dire sul lungolambro, quelli erano bellissimi. Avevano una forma simili a quelli francesi, e la pioggia e l’acqua di cui l’aria era densa creavano un alone magico intorno a ciascun lampione. Dopo di che non ho visto altro, di Monza, ma i lampioni li ricorderò. Potevo fotografarli, sì, ma non l’ho fatto.

Però ho trovato una foto di un lampioncino di gusto francese con quel tanto di alone nebbioso…

Admiring Antonia

Cara A., Milano ha un’anima mista, come l’Italia del resto. Siamo una Nazione e facciamo fatica a difendere la nostra identità nazionale, perché ricostruirla fa fatica. Il fatto si evince ultimamente per la sparizione e il seppellimento ormai sommario del congiuntivo, forma verbale ereditata da altre storie (quel bel duemila anni di repubblica romana e impero conseguente, reiterato ben s’intende) e di altre levature per esprimere sottigliezze verbali, forse poco consoni al piattume vigente: chi esprimerebbe un dubbio con una domanda e il  conseguente congiuntivo in momenti di crisi come questi? Meglio risparmiare sulla forma  e fare una domanda diretta, senza “Mi chiedo se sia o penserei che fosse” e passare al più diretto “Siamo nella palta e c’ho idea che ci rimaniamo per un bel pò”. Per rispondere alla domanda che ci facciano (oops un congiuntivo, in una interrogativa indiretta. Spiacente, mi è scappato) a Monza i lampioni di fattura francese o devi consultare un medico bravo se pensi di aver avuto un’illusione poetica oppure pensare che un tempo gli scambi avvenivano lentamente, con la forza delle idee e anche in via Benedetto Marcello, tolte le insegne dei ristoranti etnici (che però sono anche a Parigi), potresti sentirti a Parigi.

Hic menibus optime

V.