Zadie Smith: concerto per blogger e voce sola

Zadie Smith a Roma mentre parla con i blogger

Zadie Smith a Roma mentre parla con i blogger

Zadie Smith e i blogger al lavoro

Zadie Smith e i blogger al lavoro

una foto di gruppo di Zadie Smith con i blogger

una foto di gruppo di Zadie Smith con i blogger

Cara Virginia, lunedì scorso a Roma ho avuto il privilegio di assistere ad un incontro tra i blogger Silvia Dall’Amore di Finzioni, Giuseppe Fantasia dell’Huffington Post (che non ha ancora scritto il pezzo e non lo posso linkare!), Gloria Ghioni di Critica Letteraria, Lugi Ippoliti di Flanerì e Patrizia La Daga di La ultime 20 (in ordine alfabetico) e Zadie Smith. L’occasione era la pubblicazione dell’ultimo libro, NW, shortlisted per l’Orange Prize in Gran Bretagna. E’ stato davvero come ascoltare un concerto.

Come ho detto in altre occasioni, mi piace come i blogger affrontano questi incontri: chiedono quello che veramente gli preme, fanno le connessioni che gli vengono in mente, osano e volano. Sono se stessi, sono dei lettori, sono anche degli esperti. Ma sono liberi, rendono conto solo a se stessi e al loro pubblico, che ovviamente li segue perchè ci trova qualcosa che gli corrisponde. Per cui gli incontri sono caldi, veri, stimolanti. Zadie Smith ha una voce profonda, consona al suo modo di rispondere, pacato, pensoso. Ha vissuto in Italia e quindi a un certo punto le domande erano fatte in italiano e le risposte in inglese. E io non ho avuto il coraggio di chiederle come fa ad annodarsi intorno alla testa quei foulard che la rendono così unica anche nell’apparenza.

Il reading di Zadie Smith alla basilica di Massenzio a Roma per il Festival delle letterature

Il reading di Zadie Smith alla basilica di Massenzio a Roma per il Festival delle letterature

Infine, mi resta molta invidia per chi, come la mia amica Chiara Ferrero che sta a Roma, si è potuta godere lo spettacolo del reading di  Zadie Smith alla basilica di Massenzio per il Festival delle letterature. Con un turbante da sera, come si vede dalla foto qui sopra, che proprio Chiara mi ha mandato.

Delighted Antonia (again)

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La grande bellezza: non si risolve in fretta

la_grande_bellezza_Sorrentino

manifesto del film “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino

 

Cara Antonia, vedere la Grande Bellezza di Paolo Sorrentino e rimanere stordita è stato tutt’uno. Non sono stata in grado di dire se il film mi fosse piaciuto, almeno per tranquillizzare il gusto del commento a caldo. Mi son resa conto che dire se mi piacesse o meno il film non bastava: ero stata attratta e respinta, schiaffeggiata e coccolata. E non capivo che cosa mi potesse piacere: la vecchiaia, la saggezza che sembra presunzione, il grottesco e la volgarità, il rimpianto per le occasioni perdute, il rammarico per lo spreco e la mancanza di memoria? Forse nessuno di questi stimoli può piacere per se stesso, mi son detta. E infatti quello che non era il caso cercare nel film era la storia, quella tessuta e intrecciata. Ma la storia raccontata per immagini, le immagini che di per sè sono storie e citazione di altre storie che sollecitano la pigra memoria. E quindi con il “mi piace” o non “mi piace” questo film non ha nulla a che fare; ha a che fare con il cinema e solo per caso ha anche qualcuno dei dialoghi più brillanti che abbia recentemente sentito: con un’iperbole, Tony Servillo, soprattutto,  potrebbe tacere per tutto il film e raccontare la stessa storia. Roma e gli altri interpreti dicono molto senza troppe parole.

http://www.filmtv.it/film/52594/la-grande-bellezza/trailer/9376/trailer-ufficiale/

Cara Virginia, mi viene da cominciare con una stupidaggine: come quella triste pubblicità della banca “costruita intorno a te” questo film è veramente costruito intorno a Tony Servillo. Che non è giovane e non è bello ma di un fascino raro. Però concordo che non è un film di cui puoi dire mi piace o non mi piace a botta calda. E già questo è un buon risultato, perché non possiamo ridurci a quel pollicino in su che da Facebook si sta insinuando nelle nostre capacità (o incapacità) di giudizio. E concordo che ti lascia stordita, se non altro per l’abbondanza e la generosità del contenuto. E poi la musica, che ho ancora nelle orecchie. Roma era meravigliosa come nella realtà, e motivi per pensare ce ne regala a iosa. Alla fine, cosa chiedere di più a un film?

Dazed Antonia

Oche di famiglia

Una delle oche di Ancona

Una delle oche di Ancona

Parliamo ancora di oche, cara Virginia. Così poco intellettuali, così poco fashion. Buone per piumini e piumoni, cuscini e guanciali. Anche utili in questi tempi di downshifting e sostenibilità: per esempio fanno delle uova buonissime, e ne bastano due per una frittata supersize. Ma soprattutto parliamo di come noi umani usiamo il termine oca. Hai presente, un’oca è una un po’ stupida ma innocua. Sempre al femminile. L’oco non si riesce neanche a scrivere, sebbene esista in natura. Chissà a chi è venuto in mente di paragonare una ragazza un po’ sciocca e svampita a un’oca. E poi ci è rimasto appiccicato. E sì che le oche sono aggressive e litigiose, ne sai qualcosa tu che ti sei ritrovata rincorsa nel prato di mia cognata, per di più in salita e con un caldo torrido… Eppure mi ritrovo a dirmelo da sola. Faccio una cosa stupida e mi dico “che oca”. Non alzo la palla, che va a rete, e mi dico “che oca”. Non mi offendo, per carità. Solo guardo questa oca che è la sorella, o il fratello, di quella del nostro blog, e mi fa simpatia. Mi sa che continuerò a darmi dell’oca. Ma non ho intenzione di autorizzare nessuno a fare altrettanto.

Your delirious Antonia

Cara A., non posso che essere daccordo: ad insultarmi ci penso io, che a farmi i complimenti ci pensa Iddio. E viceversa direi.  Chissà perchè le  oche che nella storia di Roma  salvarono la città dagli assalti di Brenno il barbaro poi son diventate esempio di stupidità.  Quelle erano oche sacre, care a Giunone. Mi sa che ancora una volta si confonde la forma con la sostanza: sono sgraziate, si muovono in gruppo e quindi sono stupide. Di un cigno non si dice e di questo animale non è facile fare il sostantivo maschile. Non sarà che spesso le metafore sono maschili e che è sempre difficile fermarsi a cercare il positivo in quello che è da differente da noi. Qualcuno la chiama misoginia, io la chiamerei sciatta pigrizia. E ad ogni modo, a me le oche stan simpatiche, a patto che  non mi inseguano scambiandomi per il succitato Brenno.

V.