Preparandosi al tennis

Cara Virginia, non so dove la tua missione “Dal Manzanarre al Reno” oggi ti abbia portata. Qui fa un gran caldo e si lavora. Per fortuna si lavora al fresco, almeno io personalmente.

E facendo una ricerca in rete su chi ha parlato del chiacchierato “Facciamoci avanti” di Sheryl Sandberg ho trovato un articolo che paragonava i consigli del libro a una certa modalità di insegnare il tennis. Racconta Odile Robotti, la brava blogger di Leadership Femminile, di quando da ragazzina prendeva lezioni di tennis e le dicevano “devi colpire la palla al centro della racchetta”. Noi che giochiamo e ci dedichiamo ma siamo superdilettanti sappiamo quanto inutile sia questo tipo di indicazione. Certo che vorrei colpire la palla al centro della racchetta. Certo che capisco che funziona così. Il problema è che NON SO COME FARE. Questo è il vero ostacolo, sempre. Questo è quello a cui servono i maestri. Ti devono guardare e devono capire perchè non riesci a farlo. Devono scovare dei trucchi perchè tu riesca a farlo.

Ecco una signorina assai brava che colpisce la pallina al centro della racchetta

Ecco una signorina assai brava che colpisce la pallina al centro della racchetta

E avendo letto una parte del libro della Sandberg, di cui riconosco l’importanza come voce, manifesto, memo eccetera, sono d’accordo che alla domanda “non so come fare” non sa dare una risposta.

Ma personalmente penso anche che la risposta possa venire solo da dentro. Ognuno ha un suo personale NON SO COME FARE. Che cambia nel tempo. Che muta con le esperienze che si fanno. E un buon maestro è quello maieutico, quello che è capace di aiutarti a trovare le risposte che stanno già dentro di te.

Le dolci colline marchigiane tra cui colpiremo palline su palline, speriamo con tanti centri

Le dolci colline marchigiane tra cui colpiremo palline su palline, speriamo con tanti centri

Almeno per quanto riguarda il tennis, noi Virginia i buoni maestri stiamo per andarli ad incontrare. Per tutto il resto, lo faremo a settembre. Perchè, Virgì, fa caldo…

Yours Antonia

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Accompagnare vs lasciare andare

Cara Virginia, ieri sera mi allenavo in solitaria sul campo da tennis a fare dei servizi, che sono uno dei miei punti deboli. Dopo che Murray ha vinto Wimbledon, mi sembrava doveroso cercare di migliorare un po’ anch’io. E mentre lanciavo per aria la pallina, mi ricordavo l’osservazione del maestro: accompagnare la pallina, non lasciarla andare. E a parte la difficoltà di farlo con la pallina da tennis, mi è sembrato uno di quei pensieri che svolazzano nell’aria come piume (tanto per stare in tema) e ti solleticano e ti guidano a  riflessioni che giacevano silenziose in attesa di una voce. E così ho pensato, ma quante parti di noi stessi, quante cose che proviamo e sperimentiamo, lasciamo andare invece di accompagnare? Nell’accompagnamento c’è tutto il calore e la dedizione di un gesto consapevole e che può essere portato a compimento. Nel lasciar andare c’è quella superficialità che alle volte ci autorizziamo e ci torna indietro come un boomerang. Come una pallina indegna di essere servita, che se ci ostiniamo a prendere comunque vanno dritti in rete. Una rete vera, non quella in cui stiamo scrivendo… ok, Virginia, mi fermo e ti passo la palla, anzi la pallina…

Pondering Antonia

Cara A., mentre leggevo le tue riflessioni mi è venuta in mente una canzone di Sting di tanto tempo fa. Il ritornello era “If you love somebody, set them free”. Ed è una delle canzoni che adoro; oltre che per la voce del leader storico dei Police, per le parole che secondo me possono essere a ben vedere declinate anche in situazioni non meramente sentimentali. A volte non ce la facciamo a essere presenti, esserci sempre e allora lasciamo stare per eccesso di fatica. Ma il passo vero è quello di lasciar  libero di andare, senza sentirsi responsabili della destinazione, quelle parti di sè che si amano o le persone che si amano. If you love somebody versus Let it be.