Raccontare dal punto di vista dei bambini: due libri, uno bello e uno un po’ meno

Cara Virginia, sapendoti molto affaccendata oggi mi limito a raccontarti due letture, senza pretendere risposte.

Sono due libri che hanno in comune il punto di vista del racconto, quello dei bambini. Il primo è un libro di cui ho già accennato e anche fatto vedere la copertina perchè è bellissima, NoViolet Bulawayo, We Need New Names (non ancora tradotto in italiano):

NoViolet Bulawayo, We Need New Names

NoViolet Bulawayo, We Need New Names

Anche il secondo ha una copertina molto bella e un titolo altrettanto: L’oceano in fondo al sentiero di Neil Gaiman:

L'oceano in fondo al sentiero di Neil Gaiman

L’oceano in fondo al sentiero di Neil Gaiman

Devo confessare, come peraltro si capisce dal titolo, che We need new names mi è piaciuto molto e Gaiman meno. La voce dei bambini è in entrambi credibilissima, e questo porta uno struggimento e un’intensità che mi sono care. Ma mentre Gaiman racconta di cose fantastiche, e la cupezza, che spesso ci rifiutiamo di attribuire al mondo dei bambini ma in cui poi ci identifichiamo quando la troviamo sulla pagina, la possiamo scansare perchè alla fine si tratta di un mondo palesemente immaginario, nel caso di “We need new names” la storia è vera e presente come se fossimo lì, nello Zimbawe distrutto o nella Merrica in cui la protagonista emigra, senza risposte e senza soluzioni. Ed anche il titolo è meravigliosamente espressivo: se ce ne siamo andati dal posto dove siamo nati, e non siamo più di quel posto ma non siamo nemmeno di quello nuovo dove siamo approdati, tutti i nomi che conosciamo sono inutili, e ce ne vogliono di nuovi. Quanti? Per quanto tempo? NoViolet Bulawayo ci mette di fronte a un dilemma e ci lascia lì, attoniti.

Yours Antonia

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Invidia: la long list del Booker Prize

Manbooker longlist

Una bella composizione delle copertine della long list del Man Booker Prize

Cara Virginia, sfogliando il Guardian (sull’iPad, quindi parliamo di uno sfoglio virtuale, che preferisco di gran lunga, dato che trovo la carta di giornale insopportabile per le mani) sono capitata su un articolo che descriveva la long list del Man Booker Prize, come la più sperimentale e audace degli ultimi anni. Premesso che il Booker Prize è lo Strega dei britannici. Premesso anche che i britannici avevano un impero (anche noi, ma troppo tempo fa), che la loro lingua è la più parlata al mondo (forse ora è lo spagnolo, ma in termini di circolazione culturale, peso specifico, denaro associato e potere con ci sono paragoni), che ai sottoposti del loro impero hanno insegnato l’inglese, la long list è al 90% di libri di sconosciuti, provenienti dai luoghi più impronunciabili del mondo come lo Zimbawe, ed è quindi una scoperta nel senso più letterale del termine. Alcuni non sono ancora usciti, altrimenti li avrei comprati tutti.

la gallery delle copertine della long list sul Guardian

E hanno delle copertine così belle che comprerei le copie di carta, se non avessi già troppi libri, troppo poco tempo eccetera. Ma non mi farò mancare uno degli ebook della lista, per un’estate e un autunno di rigenerante lettura.

NoViolet Bulawayo, We Need New Names, la mia copertina preferita

NoViolet Bulawayo, We Need New Names, la mia copertina preferita

Tra le righe, ci puoi leggere un po’ di invidia. E la personale considerazione che la nostra letteratura, tra cui non mancano perle e anche zaffiri e rubini, soffra in questo momento della stessa paralisi mentale di cui soffrono le nostre istituzioni, molte nostre aziende e molti nostri connazionali.

Che questa lista sia di esempio di come, alla lunga e con fatica, il contributo di chi viene da una cultura diversa non è solo prezioso e vitale, ma l’unica condizione della sopravvivenza della specie.

Reading Antonia